Il diavolo probabilmente…note sparse sul 3 luglio alla Ramats
[da medea.noblogs.org] È da giorni che mi posiziono davanti al computer per cercare di scrivere qualcosa sul 3 luglio. Le dita bloccate sulla tastiera che non sanno dove andare. La mente che ripercorre quella giornata e tenta di far ordine per riuscire a raccontare qualcosa. Eppure niente. Una fatica pazzesca.
Leggo e rileggo quello che tanti/e altri/e stanno scrivendo. I brividi mi scendono giù giù lungo la schiena. Ogni tanto mi scappa un sorriso. Qualche mia lacrima accompagna i passi più toccanti e le parole che qualcun’altr* molto meglio di me è riuscito a mettere insieme.
Io invece niente. Eppure so quanto sia importante dire, raccontare, far sapere…per chi c’era, per chi non c’era. E anche per me, che ho ancora addosso la frenesia di quella giornata che ho vissuto con tante altre persone al mio fianco, senza essermi mai sentita sola, senza aver avuto mai paura, perché loro erano tanti, armati e ben equipaggiati, ma noi avevamo ragione e ce lo sentivamo dentro.
Ci abbiamo creduto e ci siamo riusciti. Tutti/e insieme.
L’assedio è durato ore, sembrava non finire mai. I lacrimogeni arrivavano da ogni direzione. Spesso ce li tiravano proprio addosso, come ad un tiro al bersaglio. Poi hanno iniziato dall’alto con le pietre e ancora con la ruspa e infine gli idranti. Quando davanti non ce la facevi più, via, dietro a riprender fiato, qualcun’altr* era pront* ad avanzare al tuo posto per rinnovare la resistenza. “Dai che ce la facciamo, dai che ce la possiamo fare” si sentiva urlare a pochi passi dalle recinzioni.
Me lo chiedevo tra i boschi e me lo domando ancora…come abbiamo fatto a resistere, ad arretrare esausti per poi subito avanzare di nuovo, elettrizzati, e ricacciarli indietro. Dove abbiamo trovato le forze, l’energia per difenderci e per tenerli in scacco per ore. Abbiamo camminato chilometri e chilometri lungo i sentieri, su e giù per i boschi. Avanti e indietro, instancabili, con la voglia di liberare la Maddalena che aumentava ad ogni passo. Con l’entusiasmo che saliva nel vedere quello che stava succedendo intorno a noi. Senza fiato, senza respiro, ma con il bisogno di gridare, urlare, farci sentire. E soprattutto continuare all’infinito, perché bisogna dirselo, era troppo bello e quando mai ci sarebbe ricapitato di trovarci di nuovo in una situazione così…
Avevamo ragione e ce lo sentivamo dentro.
Questa potrebbe essere la spiegazione alle mie domande. La consapevolezza di essere dalla parte giusta, di aver scelto da che parte stare, che ti inietta una forza che nemmeno io avrei mai pensato di avere. La consapevolezza di essere, non solo il 3 luglio, ma tutti i giorni, tutto l’anno, in una lotta continua per la sopravvivenza, contro chi ti sfrutta, se ne frega della tua vita, di come stai, dei tuoi bisogni, dei tuoi desideri. E poi finalmente arriva il momento del riscatto, liberatorio, in cui non da sola, ma tutte/i insieme, alzi la testa e vai avanti.
Nella memoria lo schifo che sei costretta ad ingoiare ogni giorno. Nel corpo la sensazione che questa lotta è per tutte/i e va ben al di là della contrarietà alla Tav o della difesa della Valsusa. Questa lotta ci permette di continuare a credere che sia possibile sognare e costruire un mondo diverso. Questa lotta ci dice che insieme se ci crediamo ce la possiamo fare.
Ho impressa nella mente l’immagine delle donne e degli uomini della valle salutarci e ringraziarci mentre tornavamo dalla “battaglia” nei boschi. “Non ho più il fisico, le gambe, il fiato. Non ho più l’età per certe cose. L’avete fatto voi al nostro posto. Avete fatto quello che noi avremmo voluto fare. Grazie ragazze/i”.
Ho visto le donne e gli uomini della valle applaudire chi tornava ferito steso su barelle improvvisate alla baita della Clarea.
Ho visto uomini e donne di ogni età tagliare il filo spinato delle recinzioni, staccarlo a mani nude, per strappare quel muro di ingiustizia, di soprusi, intrecciato con la prepotenza del potere.
Ho visto figlie che spiegavano alle madri come indossare le maschere antigas. Padri aiutare i loro figli a riprendersi dagli effetti dei lacrimogeni.
Ho sentito le lacrime scendere sul viso ancora imbiancato dal malox. Avevo voglia di urlare per la felicità, per l’energia che sentivo addosso e tutto intorno a me.
Ci ho sempre creduto, davvero. Ma dopo domenica ne sono ancora più convinta. Ce la faremo. Abbiamo ragione e ce lo sentiamo dentro.
C.
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