
25 LUGLIO – Contributi alla discussione, testimonianze, punti di vista (sempre in aggiornamento)
A seguito delle straordinarie iniziative del 25 luglio che avevano lo scopo di essere ovunque in Valsusa, mostrando come il Tav stesse portando devastazione e spreco di risorse, molto dibattito si è creato attorno all’innegabile raggiungimento di un dato di enorme partecipazione, di varietà e convivenza di pratiche differenti e la realizzazione, per molti e molte, di un intimo sogno: vedere il cantiere della Maddalena, a 15 anni dalla sua istituzione violenta da parte dello Stato e delle lobbies del tondino e del cemento, essere distrutto.
Come redazione, non ci interessa dare voce al dibattito trito e ritrito su violenza e non-violenza, qua superato da anni e anni di abusi su persone e territorio, nè dare quello che è il nostro stretto punto di vista, ma raccogliere testimonianze, impressioni e punti di vista che a nostro avviso possano dare un reale contributo all’avanzamento.
Il movimento No Tav esiste da più di trent’anni, tanto si è detto, tanto si è fatto, ma abbiamo ancora tanti passi da compiere insieme, ognuno con le proprie forze e modalità, ma con un unico e semplice obiettivo: la Torino-Lione non si deve fare.
Fino alla vittoria!
– Val Susa, 25 luglio 2026. Una valutazione critica – Da Osservatorio Repressione
Dopo gli scontri ai cantieri della Torino-Lione, il Movimento No Tav torna al centro del dibattito politico. Tra repressione, retorica sicuritaria e criminalizzazione del dissenso, la mobilitazione in Val di Susa riapre la questione dell’opera e mette in difficoltà un governo che risponde con nuove invocazioni punitive.
A giudicare dalle reazioni si direbbe che il Movimento No Tav, dopo anni di incursioni quasi innocue e tante botte subite, abbia conseguito una vittoria sul campo che oscura la giornata del 3 luglio 2011. Già allora, il successo, come comunicò Anonymus, sfuggì per molto poco: le difese erano sul punto di crollare ma prevalsero stanchezza e povertà di mezzi. Cose che succedono quando il rapporto con i cittadini si basa sul postulato “Discutiamo pure ma poi decidiamo noi”.
Oggi le reazioni della politica e del mainstream sono rabbiose, ben oltre i soliti strali: “la minoranza violenta e la maggioranza pacifica”, le punizioni invocate, sempre esemplari, l’upgrading delle contumelie (da “violenti” a “terroristi”…come i nazifascisti chiamavano i nostri padri e nonni della Resistenza. Mai niente di nuovo), le armi da aggiornare per la polizia (fino ai letali proiettili di gomma), la “guerra allo Stato” e via di retorica. La maggior ipocrisia: la devastazione (quella ben maggiore della Valle non conta). E la vendetta: blocco delle strade e identificazione di un migliaio di persone tra cui, come sempre, anche cittadini estranei alla manifestazione. Staremo a vedere quanti saranno incriminati. E mi chiedo come faranno a identificare le centinaia di travisati che neanche la IA.
[Continua la lettura su Osservatorio Repressione]

– I Cattolici per la Vita della Valle: “Non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico”
Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV.
Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia?
È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa.
Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica.
La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza.
Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori.
La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti.
Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo.
La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini.
Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso.
Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro.
Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi. Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale.
Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate.
Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola.
E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni.
Gruppo Cattolici per la Vita della Valle

– Siamo tutt* Black Bloc* – Da Osservatorio Repressione
Un weekend di lotte, dibattiti e musica nella Val di Susa, laboratorio di resistenza
Come ogni anno da dieci anni, l’Alta Felicita Festival si è svolto a Venaus, nella Val di Susa.
Questo borgo è uno dei tanti luoghi simbolici della lotta del movimento NO TAV contro le costruzione ecocidi con interessi politici e mafiosi della linea ferroviaria ad alta velocità Torino- Lione.
Questa lotta, che dura da oltre vent’anni, è un esempio di resistenza e convergenza eccezionale.
[Continua la lettura su Osservatorio Repressione]

– Alcune riflessioni e testimonianze sul boicottaggio di San Didero del 25 luglio – Da collettivorandagiopc
Sabato 25 luglio due nostre compagne hanno partecipato al boicottaggio del cantiere San Didero a Bruzolo. Si trovavano lì in veste di street medic, un ruolo fondamentale per creare un punto di supporto e di primo soccorso là dove sembra impossibile.
Queste compagne, essendo dunque presenti, hanno deciso attraverso la propria testimonianza di denunciare un fatto per noi gravissimo: quando il corteo stava svoltando su una strada sterrata respinto da una fitta pioggia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, una persona sul proprio veicolo è spuntata dal cancello di un’azienda e ha tentato ripetutamente di investire xlx compagnx. Questx per salvarsi hanno respinto il veicolo.
In un servizio andato in onda su una piattaforma di presa diretta l’uomo descrive l’episodio come un assalto ingiustificato nei suoi confronti, quando questo non è stato altro che un atto di autodifesa.
Non è stato un incidente, l’uomo ha ripetutamente accelerato e indietreggiato, rischiando di investire anche una delle nostre compagne, la quale si è salvata solo grazie a un compagno.
Quello di sabato è stato uno dei boicottaggi più riusciti e più estesi degli ultimi anni. Oggi lo stato di polizia cerca di colpire sia chi ha offerto un servizio di cura, sia chi da anni manifesta il proprio dissenso e si è stancatx di vedere il proprio territorio distrutto dal capitalismo.
Il movimento no tav da questo nasce: compagnx di qualsiasi visione politica e età che si uniscono per colpire un eco-mostro inutile e sostenitore di economie mafiose.
Il 25 luglio c’eravamo tuttx, ora e sempre no tav, non un passo indietro!
– Le ragioni dei No Tav, oltre la criminalizzazione – Da Jacobin Italia
Di fronte alla crociata contro chi si oppone alla devastazione in Val di Susa, il progetto dell’Alta velocità appare sempre più insostenibile. Per motivi tecnici e anche per sostenibilità economica.
Dieci anni di Alta Felicità.
Da un decennio l’estate della Val di Susa viene «animata da lotta, socialità e cultura non addomesticate, vissute in modo diverso e sostenibile», come hanno detto gli organizzatori inaugurando questa edizione.
[Continua la lettura su Jacobin Italia]

– Quelli che seminano vento… – Da Volere la Luna
Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio)
[Continua la lettura su Volere la Luna]

– CONFERENZA STAMPA DEL MOVIMENTO NO TAV “C’ERAVAMO, CI SIAMO E CI SAREMO.” BLOCCHI E IDENTIFICAZIONI MA IL MOVIMENTO RILANCIA E RIBADISCE «LA LOTTA RENDE GIOVANI» – Da La Bottega del Barbieri
Si è conclusa poco fa la conferenza stampa convocata dal Movimento No Tav in seguito ai posti di blocco istituiti questa mattina a conclusione del Festival Alta Felicità: un’intera porzione di Valsusa è stata perimetrata. A controllare ogni via d’accesso a Venaus, forze dell’ordine e Digos di Torino che non permettevano alle persone di defluire verso Susa. Tutto ciò in continuità con gli scorsi giorni che hanno visto massicci blocchi e identificazioni sovradimensionati, oltre all’episodio a conclusione della marcia a San Didero, momento in cui centinaia di manifestanti sono stati circondati, fermati e identificati alla stazione di Bruzolo.
[Continua la lettura su La Bottega del Barbieri]


– Considerazioni – da Aledibattista
Chi condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000 bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima, stupida e profondamente vecchia. Un’opera pensata quando non esistevano i voli low cost, un’opera che quando (nel 2040, forse) sarà finita, farà risparmiare pochi minuti ai treni rispetto a quel che impiegano oggi usando la ferrovia già esistente.
Se oggi si tornasse davvero a parlare del TAV – un’opera offensiva in primis per i valsusini ma per tutti gli italiani che getteranno nel cesso dell’inutilità non si sa quanti miliardi di euro – ebbene si scoprirebbe che sul lato italiano non è stato scavato ancora un centimetro di tunnel. Nemmeno un centimetro! Lo sapevate? Neppure è arrivata la macchina scavatrice. La stanno smontando in Germania per poi mandarla a pezzi in Italia dove verrà rimontata ed entrerà in funzione presumibilmente nel 2027.
Eppure chi pensò quest’opera sul finire degli anni ‘80 (era un’altra era ripeto, c’era chi prendeva il treno per Parigi oggi quanti lo fanno?), ovvero gli Agnelli e l’allora presidente di Confindustria Sergio Pininfarina, sosteneva che il TAV dovesse esser realizzato immediatamente.
“L’attuale Torino-Lione è quasi satura. Treni ad alta velocità subito o sarà tardi” dichiarò Pininfarina il 15 ottobre del 1991. Sono passati 35 anni da allora e ne passeranno altri 15 prima che l’opera (se lo sarà) sarà realizzata.
Essere NO-TAV non è di sinistra. Io non sono di sinistra. E’ semplicemente giusto. Chi difende il TAV difende sprechi di soldi, una valle sventrata e sopratutto, ripeto, una roba vecchia!
P.S. Per la cronaca il partito che più ha voluto e difeso questa follia è il PD. Il PD è il massimo responsabile di questa porcheria e dunque di tutte le violenze fatte per imporla ai cittadini italiani.
– Festival dell’Alta Felicità, 10ma Edizione: Non fermerete il vento – Da Sereno Regis
Fatevene una ragione: non fermerete il vento!
«Non siamo terrorist3
Non siamo come i media cercano di dipingerci.
Siamo student3, lavorator3, disoccupat3: siamo persone comuni che si stanno ribellando a questo marcio sistema.
Siamo una comunità che da 30 anni a questa parte mette da parte i propri impegni e la propria vita privata per difendere la propria terra e il futuro di tutt3, spesso anche rischiando di compromettere il proprio.
Nessuno ci paga per partecipare alla lotta e soprattutto nessuno di noi si diverte a farsi picchiare e a rischiare l’arresto ogni volta che partecipa a una manifestazione o parla a un megafono…».[Continua la lettura su Sereno Regis]

– Dalla Val di Susa a Gaza, la repressione come motore del capitalismo globale – Da Ossigeno Rivista
«Questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Sono le parole pronunciate da Giorgia da Meloni durante la sua visita al cantiere della Tav in Val di Susa dopo gli scontri a Chiomonte dei giorni scorsi. Dichiarazioni il cui obiettivo è criminalizzare il dissenso, occultando strumentalmente le legittime ragioni della conflittualità sociale che attraversa la valle e l’esistenza di un movimento variegato e trasversale che da decenni si oppone a un’opera anacronistica, imposta dall’alto, con enormi impatti ambientali e sociali e i cui costi — a carico dei contribuenti — sono notevolmente lievitati negli anni. Una parabola preoccupante nella quale si ravvisa la tendenza globale delle élite – un’attitudine peraltro introiettata anche dalla sinistra liberal, come ho raccontato in un mio post — a screditare qualsiasi giusta aspirazione a una maggiore giustizia sociale, concentrando l’attenzione sulle manifestazioni della rabbia sociale, anziché sulle sue cause scatenanti connaturate al funzionamento del sistema di oppressione capitalista.
[Continua la lettura su Ossigeno Rivista]

– Considerazioni – da Pierluigi Sullo
Io sto con i valsusini, e da un bel pezzo. Circa vent’anni fa ero a Venaus, il giorno dopo la grande ondata umana che cacciò via le truppe dello Stato, era successo che una grande manifestazione, più o meno come l’altro giorno, si era trovata su una strada che passava sopra le schiere di poiiziotti e carabinieri, le valli sono fatte così, sali e scendi, e di colpo la massa si precipitò giù per la scarpata e mise in fuga gli armati. Il cantiere che volevano fare a Venaus fu ritardato sine die. E mentre ero lì, a chiacchierare con vari No Tav, vidi una signora anziana, molto anziana, magra e curva e minuscola, come dice Arundhati Roy di se stessa, passare davanti a un carabinere, che stava lì per figura, e sputargli sulle scarpe. Un gesto poco elegante, ma diceva di come i valsusini percepivano la faccenda, come una occupazione militare, una mattina mi son svegliato.
L’opposizione della valle al mega-tunnel è cominciata trentacinque anni fa. Significa che “le diverse generazioni” che il comunicato dei No Tav dopo i fatti dell’altro giorno cita sono una verità: diverse generazioni hanno studiato, discusso, lottato, votato perché il tunnel non si faccia. Hanno creato in tanti anni un fenomeno, ossia il luogo fisico e la cultura che ha aperto una faglia, un abisso, tra l’idea di benessere e progresso del Novecento e quel che viene dopo, che ancora non sappiamo bene cosa sia ma che sta crescendo ovunque.
Perciò mi sono innamorato dei valsusini, oltre al garbo e la schiettezza e la politica fatta al livello del suolo, un po’ come gli zapatisti, perché lì io, come tanti altri, abbiamo intravisto il futuro. Tra l’altro, ho anche messo insieme un libro intitolato “No Tav d’Italia”, in cui gli stessi che le organizzavano, hanno raccontato, forse una dozzina di anni fa, le lotte contro il presunto progresso vandalico, dalle grandi navi a Venezia al ponte sullo Stretto. E’ questo un mito nato nel 1945, quando si trattava id ricostruire un paese distrutto, ma nuove ferrovie e autostrade, nuovi quartieri in periferia, cemento dappertutto e così via, sono diventati una ideologia, quella del Prodotto interno lordo, la sola religione di stato che non ammette eresie e scismi. Perciò i valsusini sono così fastidiosi, e sono così repressi.
Questa estate abbiamo avuto, fin qui, il peggior caldo della storia, i peggiori incendi di foreste (350 mila in fuga tra Francia e Spagna), la siccità più preoccupante, e però tutti noi viviamo in una “fiction”, in cui tutti, dai politici ai media ai cosiddetti intellettuali dicono che si tratta di “anomalie climatiche” (è il titolo che usa SkyTg) e che presto si toornerà alla normalità. Ma la normalità è morta, viviamo in un altra era, a cui nessuno vuole adattarsi, perciò i vigili del fuoco, eroi del secolo, vengono lasciati soli di fronte alle fiamme, perciò gli acquedotti sono colabrodi e nessuno studia unm regime delle acque, e dell’agricoltura, molto diverso d quello passato (e le fonti sono regalate per due soldi alla Coca Cola e alle sue sorelle), e così via all’infinito. E i politici, poi: mentono, sono ignoranti, cercano solo di sfruttare quel che acade a loro vantaggio nella propaganda, e fanno i galletti: lo stato c’è, come dice Meloni andando a Venaus, e cioè: o’ stato so’ io (già sentita, ma in francese).
E la violenza? I quasi terroristi incappucciati? Quelli che secondo il tartufo Fratoianni danneggiano la lotta No Tav (non ha letto i comunicati che non fanno distinzioni)?
Qualche giorno fa era l’anniversario, il venticinquesimo, di Genova 2001. E’ lì che, come in molti denunciammo, la violenza ha fatto il suo balzo in avanti, e i giovani e giovanissimi del movimento di quegli anni furono picchiati, imprigionati, torturati, massacrati in una scuola di notte e molestati in una caserma di periferia. E un ragazzo fu ucciso. Le “forze dell’ordine” erano fuori controllo, le gabbie spalancate, l’impunità qualunque porcheria facessero. E la polizia e i carabinieri non hanno mai recuperato: scarso addestramento e violenza libera, come dimostra, dopo molltissimi altri, il caso di Fakir a Bologna.
Ma questa volta i tutori dell’ordine altrui sono stati fregati, è bastato un minimo di organizzazione per violare il recinto del cantiere e dar fuoco a tutto, e non affrontare le truppe di occupazione a mani nude, come facemmo noi a Genova, ma scompaginando le schiere con petardi e sassi.
Non farò alcun appello “alla sinistra”, in questi trent’anni destra e sinistra, comune e regione, i partiti e il sindacato (tranne la Fiom e Rifondazione) hanno attaccato in ogni modo i No Tav, senza che nessuno si chiedesse seriamente a cosa serva un tunnel come quello, in nome di quale progresso (a cose fatte, il supertreno per Lione risparmierebbe la bellezza di un quarto d’ora), perché questa roba si fa per farla, perché sono affari su cui guadagnano costruttori e politici, tutti tranne chi ci vive, in Val Susa, e la ama.
Siamo in un’epoca di emergenze mortali, a causa della crisi climatica, ma tutto deve restare com’è, e quindi chi si oppone viene aggredito. E’ la premessa per una dittatura.
– Chi difende e chi devasta, una riflessione sulla lotta NO TAV e sulla marcia del 25 luglio – da Si Studenti Indipendenti
Di seguito alcune riflessioni sugli ultimi avvenimenti di lotta e la reazione da essi suscitata. Di fronte alla devastazione ambientale, alla militarizzazione dei territori e all’imposizione di un’opera inutile come il TAV, il nostro obbiettivo è chiaro: continuare a lottare a fianco della Valsusa, formarci sui suoi sentieri, lavorare dentro e fuori dagli organi di rappresentanza per ribadire la nostra opposizione ad un progetto che rappresenta il contrario di ciò che vorremmo: democrazia dal basso, sviluppo ecologico e una vita libera dalla guerra e dalla militarizzazione.

– Tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro di Nicoletta Dosio – da L’indipendente Online
BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle. (continua al link)
– LA REPRESSIONE RACCONTATA A MIO FIGLIO di Emanuele Braga – da EFFIMERA.ORG
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero.
In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano.
In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio.

– Il Movimento No Tav e il crimine di avere ragione – da Kritica.it
Da 35 anni, il movimento No Tav combatte le storture materiali e ambientali del capitalismo all’opera. Hanno sempre avuto ragione e le loro ragioni sono ormai evidenti. Per questo la risposta che subiscono è crescentemente autoritaria.
Al centro della cronaca degli ultimi giorni c’è di nuovo la Tav Torino-Lione, o meglio, le proteste del movimento di opposizione all’opera dello scorso sabato 25 luglio, il cosiddetto Movimento No Tav. Se ne sta parlando molto e in una modalità che tende a lasciare fuori dalla discussione pubblica le ragioni che da oltre trent’anni portano migliaia di persone a scendere in piazza a difesa della Val di Susa, e a contestare un’infrastruttura di cui non è ancora del tutto chiaro il rapporto costi-benefici.

Leggi anche

Solidarietà a Nicoletta Dosio
La violenta campagna d’odio che ha colpito Nicoletta Dosio dopo la conferenza stampa sui fatti del 25 luglio non è un episodio isolato, ma il prodotto di un clima costruito negli anni, in cui il dissenso viene sempre più delegittimato e chi lo pratica viene trasformato in un bersaglio.Quanto accaduto sabato scorso è il risultato […]

PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ AL CARCERE DELLE VALLETTE: MERCOLEDÌ 5 AGOSTO ORE 18.30
Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito di […]

25/07/26 Marcia ai cantieri della devastazione – Saremo Ovunque!
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo video aereo della Marcia del 25/07 verso il cantiere della Maddalena a Chiomonte. SAREMO OVUNQUE! Avanti No Tav!

Prendiamo fiato e guardiamo lontano: alcuni dati politici sull’estate di lotta 2026
Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav è tornata ad occupare il centro delle preoccupazioni di tutti.

C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre.
Parliamo di violenza. La violenza di chi, da 30 anni, si rifiuta di dare ascolto alle ragioni della Valsusa basate su dati tecnici obiettivi.
