
Val di Susa, tre processi che parlano dell’Italia
Di Livio Pepino – Il Manifesto – CI sono, in questo scorcio di autunno, fatti convergenti che rimandano a diversi modi di governo della società, pur occultati sotto scelte definite tecniche. Il luogo in cui accadono è, ancora una volta, la Val Susa, piccolavalle alpina che appare sempre più, nel bene e nel male, laboratorio della vicenda politica dell’intero Paese. Domani inizierà – evidente accanimento accusatorio – il processo d’appello a 4 militanti No Tav, assolti in primo grado (dopo 1 anno di carcere in isolamento), dall’accusa di attentato per finalità terroristiche in riferimento a un «assalto» al cantiere di Maddalena di Chiomonte con incendio di un compressore (senza alcun danno alle persone).
Quattro giorni dopo sarà il Tribunale di Torino a pronunciarsi nei confronti dello scrittore Erri De Luca, tratto a giudizio – moderna versione di caccia alle streghe – con l’accusa di istigazione a delinquere (sic!) per avere dichiarato in una intervista: «La Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti». Dal 5 all’8 novembre poi – inedito cambio di registro – sarà il Tribunale permanente dei popoli (organismo di opinione erede del Tribunale Russel) ad occuparsi, a seguito di un ricorso del Controsservatorio Valsusa e di alcuni amministratori della Val Susa, in sintonia con il Movimento No Tav, della vicenda del treno ad alta velocità Torino-Lione e a dire se in essa ci siano state e ci siano violazioni di diritti fondamentali di singoli e della comunità della Val Susa da parte degli enti promotori dell’opera e delle apposite società di attuazione, del Governo italiano (in particolare nelle persone di alcuni funzionari preposti alla realizzazione), della Commissione petizioni del Parlamento europeo e del coordinatore dell’Unione europea per il Corridoio mediterraneo.
Vicende profondamente diverse tra loro da cui traspaiono, come si è detto, due diverse concezioni del governo della società e dei fenomeni sociali. C’è, da un lato, l’idea – propria dei poteri forti e assai diffusa, oltre che nella politica, anche nella magistratura – che le società si governino in modo centralizzato e autoritario, con la stessa logica con cui si governavano un tempo le colonie, e che il confitto sociale sia un elemento di disturbo inaccettabile praticato da «nemici» meritevoli solo di repressione. Ne è corollario una singolare concezione della violenza, ritenuta per definizione estranea ai comportamenti delle istituzioni (anche i più arbitrari e lesivi di diritti fondamentali: alla salute, al lavoro, alla stessa vita) ed enfatizzata in modo abnorme nelle condotte di chi si oppone alle prevaricazioni e in difesa dei propri diritti.
Solo così si spiega l’insistenza nel sostenere l’accusa di terrorismo, all’evidenza abnorme, a fronte di un fatto certamente illecito ma di dimensioni modeste, come ricostruito dalla Corte di assise di Torino, nella sentenza di primo grado, con parole di elementare buon senso («pur senza voler minimizzare i problemi per l’ordine pubblico causati da queste inaccettabili manifestazioni, non si può non riconoscere che in Val di Susa — e a fortiori nel resto del Paese — non si viva affatto una situazione di allarme da parte della popolazione e se il contesto in cui maturò l’azione (degli imputati) non era oggettivamente un contesto di particolare allarme, neppure l’azione posta in essere rivestiva una «natura» tale da essere idonea a raggiungere la contestata finalità»). E solo così si spiega l’accusa di istigazione al sabotaggio, pressoché ignota nella storia della Repubblica, preludio – se si seguisse tale impostazione – al rogo di intere biblioteche, colpevoli di accogliere celebrati volumi di teoria politica ben più «incendiari» delle parole di De Luca.
C’è invece, dall’altro lato, l’idea – su cui si fonda il ricorso al Tribunale dei popoli – che le grandi opere e le pratiche che le accompagnano, in Val Susa e nel mondo, non esauriscano i loro effetti nella costruzione di un megaponte o nel traforo di una montagna o nell’abbattimento di una foresta ma incidano sui meccanismi complessivi di funzionamento delle istituzioni e della stessa democrazia; che i diritti fondamentali delle persone e dei popoli siano più importanti della pretesa di autonomia da ogni vincolo dell’economia (e, per essa, dei decisori politici, delle imprese, dei grandi gruppi finanziari); che – come ha scritto G. Zagrebelsky – «nessuna votazione, in democrazia (salvo quelle riguardanti le regole costitutive o costituzionali della democrazia stessa) chiuda definitivamente una partita» e che quella evocata da una tale concezione «sarebbe semmai democrazia assolutistica o terroristica, non democrazia basata sulla libertà di tutti»; che per le decisioni delle istituzioni e di chi le amministra non possa esserci una garanzia di impunità.
Nel giro di poco più di un mese questi processi si concluderanno e le loro conclusioni – pur di diverso peso istituzionale (ché la sentenza del Tribunale permanente dei popoli, qualunque essa sia, avrà effetti culturali e politici ma non giuridici) – peseranno sul futuro del Paese e delle sue politiche. Intanto in Val Susa i lavori del Tav assumeranno sempre più i tempi e le modalità della autostrada Salerno-Reggio Calabria mentre continuerà – con la consueta determinazione – l’opposizione di una comunità che non ha alcuna intenzione di rassegnarsi (nell’interesse proprio e dell’intero Paese.
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