
Una cicatrice di 57 km lungo le nostre vite di Luca Mercalli
di Luca Mercalli
C’era una volta il Granducato di Frecciagialla, nel quale tutti volevano essere più veloci degli altri, soprattutto quando si trattava di truffare e rubare. Un giorno un gruppo di notabili e relativi lacchè ideò un progetto, tanto assurdo quanto costoso: traforare la catena dei Monti Orinali, ma non nel punto più stretto, come avevano già fatto i loro antichi predecessori, bensì in quello più largo, in modo da spillare più denari dalle tasche dei sudditi. Tracciarono una riga di 57 chilometri sulla mappa e dissero: qui passerà una nuova ferrovia, percorsa da treni velocissimi, in grado di trasportare enormi quantità di merci e passeggeri, tutti immaginari, in quanto tanto la ferrovia quanto il tunnel sotto la catena degli Orinali c’erano già, e pure utilizzati molto al disotto della loro capacità.
Gli abitanti della val Durenzia, sorpresi da tanta stoltezza, si opposero, ricalcolarono le prestazioni eccellenti della ferrovia esistente, dimostrarono l’inutilità di quella nuova grande e costosissima opera, e lottarono vent’anni contro il folle progetto. Ma il Granducato inviò milizie, sparò, bombardò, pagò alcuni giornali e fortificò la valle, finché gli abitanti, schiacciati dai carri armati dovettero desistere.
Venne il giorno dell’apertura del cantiere: fanfare, funzionari e pomposi discorsi celebrarono il progresso vincente sull’arretratezza dei popoli dei Monti Orinali. La gigantesca fresa iniziò lo scavo e la prima tranche dei finanziamenti internazionali tanto attesi venne erogata e subito sparì.
Ancora soldi, ne servono ancora! L’opera è irta di difficoltà! Grandi macchinari invasero la Val Durenzia, nubi di polvere amiantifera, fuliggine di motori, traffico di autotreni, scoppi di esplosivi, cumuli di de-triti devastarono la pace locale. È il progresso, signori, fate largo! da questo tunnel passeranno sviluppo, crescita, modernità, velocità, ricchezza e prosperità che si fermeranno nella stazione internazionale tutta cristalli e scintillii, costruita proprio qui, per voi, nel bel mezzo dei Monti Orinali! Progettata da architetti famosi, addirittura dall’Oriente! Suvvia, sgombrate, largo alla betoniera, avanti con i conci, forza con l’esplosivo!
Per qualche mese il cantiere procedette spedito e febbrile, poi iniziò a rallentare. Dove c’erano macchinari rombanti ne funzionava solo qualcuno, torme di operai giorno e notte si ridussero a un solo turno, domenica chiuso. Il prezzo dell’energia aumentava e così quello di cemento, rame, ferro, lubrificanti, pezzi di ricambio. Tempo dopo, una venuta d’acqua inarrestabile, proveniente dalla grande diga presente sopra il tunnel, causò vittime, fece lievitare i costi e ostacolò i lavori. La fresa rimase bloccata a causa del cedimento di una faglia. I finanziamenti internazionali si esaurirono e il Granducato aveva sempre maggiori difficoltà a garantire i servizi essenziali, chiudevano scuole e ospedali, crollavano monumenti, i treni normali erano al collasso, la gente in miseria rumoreggiava per le strade. L’ultimo luogo ancora in attività era proprio il cantiere del supertunnel sui Monti Orinali, per sostenere il quale erano state promulgate leggi speciali e tassazioni insostenibili. Molti anni mancavano ancora a bucare la montagna e tutti si chiedevano a cosa servisse, visto che anche sulla vecchia ferrovia ormai non passava quasi più nessuno. Il progresso passava per le telecomunicazioni e quasi più nessuno viaggiava, per gli alti costi dell’energia, per i rischi climatici e anche perché era meno faticoso materializzarsi in ogni parte del mondo su uno schermo virtuale. Anche di merci ne circolavano meno: i costi delle materie prime erano alle stelle e tutti riciclavano e risparmiavano, acquistando il più possibile prodotti locali. Insomma, di quel tunnel indemoniato più nessuno sentiva l’esigenza.
Ma bisognava andare avanti. Ormai molti dei notabili che lo avevano ostinatamente imposto erano sotto terra, ma avevano lasciato in eredità un intrico di leggi e di cavilli a seguito dei quali la megamacchina procedeva senza controllo. Certo, il rame sempre più caro, il gasolio sempre più scarso, il cemento sempre più prezioso, rallentavano l’attività, ma il gigantesco cantiere, pur lento e stanco, non si fermava. La televisione ripeteva ossessivamente: vedrete, porterà lavoro, sviluppo, prosperità. Passarono altri anni e i grandi mezzi meccanici erano bloccati e arrugginiti. Le ortiche crescevano tra le baracche e un solo minatore con una carriola entrava e usciva dalla galleria con il suo carico di detriti. Infine anch’egli – malato di silicosi e senza salario – desistette, ma scolpì sulla roccia i nomi di coloro che con tanta ostinazione avevano promesso quell’opera salvifica. Intanto erano stati spesi tanti ducati quanti i pezzetti di roccia estratti dalla montagna. Tutto inutile. Il Granducato di Frecciagialla a causa dell’imponente debito era stato cancellato dalle carte geografiche e nessuno voleva più averci a che fare.
I cumuli di smarino avevano riempito il fondo della Val Durenzia come colline moreniche, e ogni volta che soffiava il vento dell’ovest liberavano nugoli di polvere amiantifera. I paesi furono abbandonati, la gente emigrò, e solo i più caparbi rimasero a saccheggiare quel che di ancora buono si poteva portar via dal cantiere: ferraglia, vecchie macchine, cavi elettrici. E quando non ci fu più nulla da portar via, non rimase che uno scuro antro e il vento a sibilare tra i rottami.
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