Un viaggio che vi promettiamo greve
Il 17 marzo la Commissione Europea ha dato il via libera ai finanziamenti pubblici per riattivare l’Autostrada Ferroviaria Alpina tra Aiton e Orbassano. A cui sono seguite le solite grandi parole: mobilità sostenibile, riduzione dei camion, transizione ecologica.
Crediamo che sia evidente, l’emergere tuttavia di una contraddizione gigantesca, politica prima ancora che tecnica.
Viene riattivata una linea già esistente con pochi milioni, ma guai a mettere in discussione la Torino-Lione.
Due binari, due strategie, una sola domanda: chi sta prendendo in giro chi?

Ma facciamo un attimo il punto della situazione.
Il servizio era fermo dallo scorso aprile per mancanza di fondi. Solita e vecchia solfa, non mancavano i binari, non mancavano i treni: mancavano i soldi. Di recente questi fondi sono stati approvati perché la misura risulta compatibile con le norme europee sugli aiuti di Stato, orientata a incentivare il trasporto combinato e a ridurre l’impatto ambientale del traffico merci transalpino.
Ed è qui che cade la maschera: il problema non è infrastrutturale, è politico.
Ora si riparte lungo i 175 chilometri della linea storica del Traforo ferroviario del Frejus. E i numeri raccontano una storia che imbarazza chi continua a spingere per la Torino Lione: fino a 100 treni al giorno per direzione, circa 52mila convogli l’anno, con un aumento del carico fino al 15% grazie all’intermodalità. Stiamo parlando di un servizio reale, subito disponibile, oggi.
Ma la linea non era “satura” o “obsoleta?
La realtà è che questa infrastruttura è sottoutilizzata. E quando si prova a usarla davvero, funziona.
Certo, comprendiamo che sicuramente ci siano delle criticità: pendenze elevate, doppia trazione, costi maggiori rispetto alla gomma. Ma risulta ai nostri occhi comunque molto più sensata che buttare miliardi per scavare una montagna intera con la Torino–Lione. La solita pagliacciata mascherata da progresso. Con pochi milioni attivi subito il trasferimento modale, con miliardi prometti lo stesso risultato tra chissà quanti anni e chissà con quanti costi per la nostra salute e per la nostra valle. Qual è la priorità reale?
Nel frattempo, il TAV “avanza”, senza esitazioni (perlomeno a parole), senza pause.
Curioso come la tratta Aiton–Orbassano venga inserita solo “provvisoriamente” nella direttrice alpina del corridoio Mediterraneo della Rete TEN-T, perché bollata come insufficiente, ufficialmente perché non rispetta alla lettera gli standard UE previsti entro il 2030. Non sarà che, in realtà, si preferisce ignorarla perché certe merci — o certe esigenze strategiche — non verrebbero trasportate agevolmente? Non c’entrerà forse il fatto che il TEN-T è a tutti gli effetti un corridoio militare? Così, una soluzione concreta e immediata resta ferma, mentre si continuano a spendere miliardi per un’altra che avanza a rilento, per essere gentili, zoppicando.
Nel nostro territorio le conseguenze non sono teoria, parole al vento come quelle della controparte. Quando il servizio si fermerà, i camion torneranno (se mai davvero saranno diminuiti, vedendo il nuovissimo autoporto di San Didero, che a tutto sembra auspicare che ad una diminuzione del trasporto su gomma). Più traffico nelle valli alpine, dalla Maurienne alla Val di Susa. Più smog, più rumore, più pressione su comunità che pagano da anni il prezzo delle loro “grandi strategie”. Grandi opere e piccoli uomini da troppo tempo invadono la nostra valle.
La verità è semplice, ed è proprio quella che non si vuole dire: il trasferimento modale non è bloccato dalla mancanza di infrastrutture. È bloccato dalla mancanza di volontà politica.
Questa riattivazione lo dimostra fino in fondo. Tutto funziona – finché qualcuno decide di finanziarlo.
5 milioni di contro 30 miliardi.
E allora la domanda non è più tecnica. È una domanda scomoda, diretta, inevitabile: perché?
La risposta noi pensiamo di saperla. Ed è la stessa; il profitto. Come sempre quello dei pochi.

E mentre si discute di queste grandi opere faraoniche e si spendono miliardi come fossero soldi del monopoli per tunnel che forse vedremo tra decenni, i veri sprechi restano sotto gli occhi di tutti: soldi pubblici che avrebbero potuto sostenere soluzioni concrete, immediatamente efficaci, per ridurre traffico e inquinamento. La campagna “Un Metro di TAV” lo ricorda chiaramente: ogni metro scavato rappresenta non solo costi enormi, ma anche opportunità perse per mobilità sostenibile, trasporto intermodale e tutela delle nostre valli. Cinque milioni per far ripartire un servizio reale oggi, contro decine di miliardi promessi per una visione a lungo termine che spesso serve solo pochi interessi.
Il viaggio che ci attende, come ormai sappiamo, risulta essere (in gergo giovanile) greve. E non perché manchino infrastrutture, ma perché le scelte politiche si accumulano giorno dopo giorno come macigni sulle nostre spalle.
La domanda, ancora una volta, non è tecnica: è politica. E finché non si affronta questa verità, continueremo a pagare noi per le ambizioni di pochi.
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