Tomaso Montanari: non si può tutelare ciò che non si ama (video)
Tg ValleSusa– Tomaso Montanari è uno storico dell’arte fiorentino, che insegna all’Università Federico II di Napoli. È in questi giorni in Val di Susa, e la serata del 24 maggio ha parlato a un folto pubblico nella sala consigliare di Sant’Ambrogio.
Montanari prende spunto da un recente incontro che ha radunato un migliaio di docenti di Storia dell’Arte all’Aquila il 5 maggio scorso. Il comune obiettivo era di valutare le condizioni attuali della città e della cittadinanza, o meglio rendersi conto di persona di che cosa significhi vedere una città distrutta, con i suoi cittadini deportati. Un altro schock, dice, lo ha ricevuto dalla sua odierna visita in Val di Susa. “Ho pensato a un frase che Dossetti avrebbe voluto inserire nella Costituzione italiana, un articolo che manca – sostiene –. Questo articolo recita così: ‘La resistenza agli atti del potere pubblico, che violino i diritti fondamentali della persona umana, è diritto e dovere di ogni cittadino’”.
Montanari ha visitato in giornata la Sagra di San Michele e poi la Val Clarea. Pochi luoghi sente così rappresentativi dell’articolo 9 della Costituzione come la Sagra, in cui roccia e architettura si fondono, così come appunto l’articolo posto a difesa del patrimonio e del paesaggio italiano. Patrimonio e paesaggio che non possono essere scissi. Ma a Chiomonte, come all’Aquila, la Costituzione non vige più: qui un museo può diventare caserma in nome del dio denaro.
Il libro stesso che Montanari presenta, Le pietre e il popolo, edito da minimum fax, può essere definito attraverso il ruolo del patrimonio artistico italiano al tempo della dittatura del mercato. Un esempio da cui prende le mosse lo studioso è il Palazzo della Signoria di Firenze. Da lì, la campana civica suonò quando l’ultimo nazista aveva lasciato la città, restituendo simbolicamente la libertà ai fiorentini, facendo dei fiorentini di nuovo cittadini e non sudditi come erano stati durante la guerra. Oggi, il sindaco Matteo Renzi sostiene che Palazzo Vecchio debba diventare cuore del marketing della città. “Quello stesso palazzo che ci aveva rifatto cittadini oggi ci fa clienti, passivi, sudditi del denaro”.
Il libro di Tomaso Montanari è un viaggio attraverso ciò che è venuto a mancare nell’arte italiana, ma soprattutto quel cambiamento di senso che l’ha investita. Non sono solo i muri di Pompei a cadere, è il senso stesso della conoscenza che un museo dovrebbe promuovere, e che invece finisce spesso per alienare o sostituire con la spettacolarizzazione e il mercato.
Per Cicerone le opere d’arte non sono solo ornamenta, sono monumenta: non luoghi di svago e passatempo, luoghi di memoria, ma luoghi di costruzione della società civile, attraverso i quali non solo difendere il passato, ma costruire il futuro. Allora gli storici dell’arte dovrebbero riflettere e chiedersi quale sia il contributo da loro dato alla società civile; quanto più divulgativo potrebbe essere il messaggio per rendere i cittadini coscienti del valore dell’arte, del patrimonio comune: forse allora non avremo oggi una necropoli distrutta dalla polizia, o il centro dell’Aquila abbandonato a se stesso.
La parola d’ordine è oggi “valorizzazione”, la messa a reddito del patrimonio, ma la rendita suona come una resa dell’arte al mercato. Nella Firenze del ‘600, il ricco schiavista Feroni acquistò e decise di ampliare la cappella Brancacci per proprio uso. In essa era contenuto un dipinto del Masaccio che tecnici corrotti, compiacenti, e gli stessi frati dichiararono potersi distruggere senza danno. I cittadini del Lung’Arno però insorsero chiedendo l’appoggio degli intellettuali dell’Accademia del Disegno che produssero una denuncia. Il Masaccio è ancora lì, nella cappella Brancacci. Quando la resistenza dei cittadini si unisce a chi conosce e non tradisce, e si ricorda di essere innanzitutto cittadino egli stesso, forse le battaglie si vincono.
Stando all’articolo 9 della Costituzione il patrimonio artistico italiano è di ciascun italiano. Il Patrimonio storico e artistico non è una riserva petrolifera da sfruttare, ma motore di conoscenza e strumento di uguaglianza, se tale conoscenza viene ampiamente condivisa. Si assiste però alla sostituzione della “conoscenza” all’“emozione”, che non dipende dal lavoro di ricerca, ma dalla vendita, dal marketing delle sensazioni, non per il bene di tutti ma per gli interessi di qualcuno. Interessi che sono mercato, che sono privatizzazioni del bene comune: il Museo Egizio, da quando è divenuto fondazione, produce spettacolarizzazione ma ha smesso di produrre ricerca. Un Museo che però non fa ricerca diventa un luna park, un contenitore stantio di oggetti. La Pinacoteca di Brera dovrebbe diventare questo, secondo il ministro Passera, con un consiglio affidato agli enti locali lombardi: potremmo dunque trovarci con un Formigoni o una Minetti presidenti di Brera. “Il patrimonio sta diventando un pensionato di lusso per rottamati eccellenti” dichiara Montanari. E naturalmente le conseguenze sono gravissime, poiché i musei cessano la funzione per cui esistono in base alla Costituzione stessa: essere un volano di sviluppo civile.
I musei cedono in appalto i servizi aggiuntivi, che non sono soltanto ristoranti e manutenzione, ma anche organizzazione di eventi e mostre, che dovrebbero a loro volta rappresentare la missione costituzionale di creare conoscenza per la cittadinanza. Tutto questo finisce in mano a chi vi cerca solo profitto, come la società Civita – la più grande società di servizi aggiuntivi – di cui è presidente onorario Gianni Letta, guarda caso.
Alienazioni, privatizzazioni, partecipazioni private rapinano il patrimonio italiano agli italiani, rendendo esclusivi luoghi che per loro stessa costituzione dovrebbero essere inclusivi, lavorare perché la ricerca possa produrre conoscenza condivisa da tutti i cittadini. Questo significa che oggi diventa sempre più difficile non trovarsi in luoghi in cui non essere clienti, anziché cittadini, sudditi e non sovrani.
L’Aquila è un caso estremo: gli statuti duecenteschi fondativi della città previdero prima di tutto la realizzazione della piazza, della chiesa, la fontana, ovvero luoghi pubblici. Dopo il terremoto venne costruita una costellazione di newtown, senza piazza, senza chiese, senza fontane, ovvero si presentarono come dormitori. Questo spiega perché la ricostruzione del centro storico ridurrà L’Aquila a un luna park, svuotato della sua popolazione, con un esborso che sarà metà di quello previsto per il Tav. Ma si preferisce, nel frattempo, pensare naturalmente al Tav.
Da tutto questo si esce solo con la conoscenza, l’informazione, l’alfabetizzazione dei cittadini e delle classi del futuro, perché non si può tutelare ciò che non si ama.
Massimo Bonato 25.05.13
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