
TELT racconta la biodiversità dopo aver devastato la Val Clarea
C’è qualcosa di profondamente emblematico nella scelta di TELT di pubblicare un volume dedicato alla biodiversità della Val Clarea. Non tanto perché studiare e documentare il patrimonio floristico di un territorio sia un’operazione discutibile, tutt’altro. Il problema è il contesto in cui questa operazione si inserisce e il soggetto che oggi pretende di farsene promotore. Da oltre quindici anni la Val Clarea è il simbolo dell’occupazione militare del territorio necessaria a imporre il cantiere della Torino-Lione. Una valle trasformata da recinzioni, sbancamenti, piste di servizio, impianti, reti e filo spinato, illuminazione artificiale, movimentazione continua di mezzi pesanti e dalla presenza permanente delle forze dell’ordine.
Un luogo al quale l’accesso è stato progressivamente sottratto agli abitanti della Valle di Susa, diventando uno spazio militarizzato nel quale perfino camminare è motivo di identificazioni, denunce e divieti. È dentro questa realtà che arriva oggi un volume intitolato “La biodiversità della flora in Val Clarea. Storia, storie, specie”, presentato come testimonianza dell’impegno di TELT nella conoscenza e nella tutela dell’ambiente.
L’operazione comunicativa è evidente: appropriarsi del linguaggio della conservazione ambientale per raccontare un’opera che, nella sua stessa realizzazione, ha comportato una radicale trasformazione dell’ecosistema che oggi si propone di descrivere. Non è una contraddizione secondaria. La biodiversità non è una collezione di specie da catalogare mentre il territorio viene progressivamente modificato. È il risultato di equilibri ecologici costruiti nel tempo, di relazioni tra ambiente, fauna, flora e attività umane che non possono essere ridotti a una pubblicazione o a un’esposizione permanente nel centro visitatori del cantiere.
La vicenda della Zerynthia Polyxena rappresenta probabilmente il simbolo più evidente di questa contraddizione. Questa rara farfalla, protetta dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, è stata rinvenuta proprio nell’area interessata dall’ampliamento del cantiere della Maddalena. La sua presenza non era un dettaglio naturalistico, ma un elemento capace di mettere in discussione gli impatti dell’opera, perché la normativa europea non tutela soltanto la specie, ma anche gli habitat indispensabili alla sua sopravvivenza. Fu proprio dopo la scoperta della popolazione presente in Val Clarea che vennero avviati monitoraggi, progetti di conservazione e perfino la realizzazione di un “corridoio ecologico”, pensato per consentire alla Zerynthia di sopravvivere allo sviluppo del cantiere. L’obiettivo dichiarato era mitigare la perdita dell’habitat provocata dall’espansione dell’area di lavoro, arrivando persino a prevedere interventi di gestione del territorio e spostamenti funzionali alla continuità della specie.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Se si rende necessario progettare corridoi ecologici, creare nuove aree di collegamento e predisporre misure straordinarie affinché una specie protetta continui a esistere, significa ammettere che il suo habitat originario viene irreversibilmente compromesso. La tutela si trasforma così in gestione del danno: non si conserva l’ecosistema, ma si tenta di ridurre gli effetti della sua alterazione. La Zerynthia è diventata il simbolo di una biodiversità che prima viene distrutta dall’opera e poi utilizzata come prova della sua presunta sostenibilità.
Negli anni il Movimento No Tav ha denunciato gli effetti prodotti dall’apertura del cantiere della Maddalena: l’abbattimento di superfici boscate, la trasformazione della morfologia dell’area, la frammentazione degli habitat, il consumo di suolo e la sottrazione di porzioni di territorio alla libera fruizione. Tutti elementi che non possono essere cancellati da un’operazione editoriale.
C’è poi un ulteriore elemento che merita attenzione. La biodiversità diventa qui un tassello della narrazione con cui si tenta di costruire il consenso intorno alla Torino-Lione. Da anni TELT affianca alla promozione dell’opera iniziative culturali, percorsi didattici, visite guidate, mostre e pubblicazioni. Non si tratta semplicemente di divulgazione scientifica, ma della costruzione di un racconto nel quale il cantiere viene rappresentato come occasione di valorizzazione e tutela del territorio. È un ribaltamento che rischia di normalizzare ciò che è accaduto in Val Clarea. Si finisce per parlare della ricchezza naturalistica della valle dimenticando che proprio quella valle è stata resa inaccessibile ai suoi abitanti per consentire la realizzazione di un’infrastruttura contestata da oltre trent’anni.
La domanda, allora, non è se il libro contenga informazioni scientificamente corrette. È un’altra. Può chi ha imposto la trasformazione di un territorio presentarsi oggi come il suo custode? Può chi ha recintato una valle raccontarne la biodiversità senza fare i conti con il prezzo che quella biodiversità ha già pagato? Forse la risposta sta proprio nella necessità di pubblicare opere come questa. Perché quando un’infrastruttura ha bisogno di raccontarsi attraverso la flora, la fauna e il paesaggio che ha contribuito a devastare, significa che la battaglia decisiva non è più soltanto quella dei cantieri, ma quella della memoria e del significato stesso dei luoghi.
La Val Clarea non è un laboratorio di comunicazione ambientale. È uno dei territori che più di ogni altro raccontano il costo ecologico e sociale imposto dalla realizzazione della Torino-Lione. E nessun libro potrà riscriverne la storia.
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