Sovrano, seconda udienza d’appello tra forzature e vecchi teoremi

Si è svolta oggi la seconda udienza del processo d’appello dell’inchiesta Sovrano. A seguito del ricorso presentato dalla procura contro le assoluzioni di primo grado, in particolare per il reato di associazione a delinquere e per alcune imputazioni specifiche, il collegio giudicante ha disposto la riapertura del dibattimento.
Nel corso della giornata sono stati ascoltati due testimoni indicati dalla procura, appartenenti alla Digos torinese. L’udienza si è conclusa con l’accoglimento della richiesta delle difese di riascoltare anche alcuni testimoni già escussi nel primo grado.
La maxi aula 2 era gremita: numerosi No Tav hanno partecipato per portare solidarietà agli imputati e alle imputate, accolti da un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, tra divise e agenti in borghese.
A caldo, la sensazione che emerge è quella di un procedimento che continua a risultare povero di senso. La scelta di riaprire il dibattimento appare difficilmente comprensibile, soprattutto dopo un processo di primo grado durato anni, che ha analizzato in modo approfondito e articolato gli elementi a disposizione.
Le due testimonianze ascoltate oggi, già considerate nel primo grado e inserite in quel contesto probatorio, non sembrano aver aggiunto elementi significativi. Al contrario, sono apparse frettolose, poco precise e in diversi passaggi fragili.
In particolare, la seconda testimonianza, incentrata sui riconoscimenti di compagn assolti in primo grado*, ha mostrato evidenti forzature: a fronte di incongruenze e mancanza di riscontri, si è assistito a un susseguirsi di affermazioni apodittiche, di “io sono sicuro”, nel tentativo di sostenere ricostruzioni già giudicate non provate. Un atteggiamento che ha suscitato più di una perplessità, sembra anche tra i giudici, costretti a chiedere più volte chiarimenti a fronte di un’evidente fragilità dell’impianto ricostruttivo .
Le difese hanno inoltre messo in luce il tentativo di ridurre mobilitazioni partecipate da migliaia di persone a iniziative di piccoli gruppi organizzati, negando così la natura diffusa, spontanea e talvolta reattiva delle proteste che da anni attraversano i territori colpiti dal cantiere.
Da un lato, dunque, si è provato a comprimere una storia complessa e pluridecennale, quella del movimento No Tav e delle lotte in Piemonte e non solo, dentro schemi semplificati. Dall’altro, è emersa una sicurezza che sembra voler forzare le conclusioni oltre i limiti delle prove e del ragionevole dubbio.
Resta una domanda: da dove nasce questa sicurezza della Procura Torinese? E perché riaprire un dibattimento se poi viene fatto in modo così superficiale? Colpisce anche la fretta di arrivare rapidamente a conclusione, con continui richiami alle difese a “fare in fretta”, come se una sola versione dei fatti potesse bastare a racchiudere e semplificare una vicenda tanto complessa.
Colpire chi partecipa a momenti di lotta e mobilitazione, trasformando il dissenso in reato, non è un fatto neutro: è una deriva pericolosa per tutte e tutti, e per quella democrazia tanto evocata quanto svuotata nei fatti.
Prossimo appuntamento l’8 giugno, ore 9.30, sempre in maxi aula 2.
Non lasciamo nessuno e nessuna sol: si parte e si torna insieme!
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