Tra parate, grandi opere e spese militari
di Domenico Finiguerra | 30 maggio 2012
La terra trema. Ancora.
Pezzi d’Italia crollano. Stavolta in Emilia. 17 morti, soprattutto operai. 350 feriti. Decine di migliaia di italiani costretti ad abbandonare le loro case. Ieri dibattito alla Camera dei Deputati. Oggi il Consiglio dei Ministri vara le misure straordinarie per far fronte all’emergenza e la relativa copertura.
Ecco. La copertura.
Se si utilizzasse il buon senso del padre di famiglia, si ridefinirebbe l’ordine delle priorità. Si dovrebbe fare sempre. No? Si sarebbe dovuto fare sia in occasione di altre catastrofi straordinarie, come il terremoto che ha colpito L’Aquila, sia al verificarsi dei numerosi disastri ormai ritenuti ordinari, come le alluvioni, le frane e le gravi conseguenze del dissesto idrogeologico, fenomeno che interessa l’80% dei comuni italiani.
Se servono risorse per ricostruire città, abitazioni, scuole ed ospedali e, nell’immediato, per alleviare i patimenti delle popolazioni colpite, si dovrebbero rivedere altri investimenti e altre spese non urgenti. Il buon padre di famiglia si preoccupa subito di ridare un tetto ai propri figli e poi, se avanzano risorse, va dal concessionario per acquistare una nuova auto. Sicuramente un’utilitaria, magari usata.
Così, dopo il terremoto che ha messo in ginocchio l’Emilia, ecco alcune iniziative concrete che un buon governo/padre di famiglia avrebbe potuto prendere, anche per dare un segnale finalmente diverso al paese/famiglia.
La prima, abbastanza simbolica (anche se quasi 3 milioni di euro non sono pochi!), poteva essere l’annullamento della parata militare del 2 giugno. Le celebrazioni si terranno comunque in tutta Italia e se ne poteva fare a meno. Si poteva emulare il Ministro della Difesa Forlani che nel 1976, in occasione del terremoto del Fiuli, decideva di mandare i militari nelle zone colpite dal sisma, anziché farle sfilare con baionette e anfibi tirati a lucido.
La seconda, abbastanza di parte (perché proposta da movimenti civici e comitati ambientalisti che danno noia e infastidiscono l’establishment economico e politico – anche se in realtà è molto più di parte lo stesso establishment economico e politico…), poteva essere la ridefinizione del piano delle cosiddette Grandi Opere. Solo a titolo di esempio, il TAV in Val di Susa costa 22 miliardi di euro; 3 metri di TAV equivalgono a una scuola materna con 4 sezioni; 500 metri sono un ospedale da 1.200 posti letto, con 226 ambulatori e 36 sale operatorie. E ne abbiamo di scuole da ricostruire, ospedali da realizzare! O no?
La terza, anch’essa di parte (perché proposta dai soliti estremisti pacifisti) poteva consistere nella rinuncia da parte del nostro Governo all’acquisto di 90 Cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35. Costo stimato? 181 milioni di Euro al pezzo. Il risparmio sarebbe sufficiente ad effettuare l’adeguamento strutturale di 29.000 scuole in zone a rischio sismico.
Tre iniziative che avrebbero potuto dare un segnale finalmente diverso.
E invece, Napolitano conferma la parata militare nonostante milioni di italiani richiedano, con post sui social network e mail al Quirinale, di annullarla (“State buoni cittadini. E cercate di commuovervi all’inno di Mameli! Che la Patria è soprattutto solenne e vibrante moto emozionale da far sgorgare a fiumi quando passa il fulgido soldato o sfreccia veloce nel cielo il tricolore!”).
E invece, il governo tecnico si appresta a varare l’ennesimo aumento sui carburanti, scaricando su camionisti e pendolari il costo della ricostruzione. Replicando quanto già fatto dai governi politici in occasione del disastro del Vajont del 1963, dell’alluvione di Firenze del 1966, del terremoto del Belice del 1968, del terremoto del Friuli del 1976, del terremoto in Irpinia del 1980.
Nel frattempo, il centro storico de L’Aquila è sempre puntellato e le risorse per la cura del dissesto idrogeologico sono sempre tra le prime a saltare in nome e ragione delle regole dettate dal patto di stabilità e crescita dell’UE.
Regole della finanza, imposte dal totem della crescita infinita. Regole che nulla hanno a che vedere con il benessere dei cittadini, ma che al contrario, sono esse stesse causa di disastri, sociali e materiali.
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