
Sabato 24/7: Assemblea “Territori, relazioni e conflitti nella pandemia”

Pensiamo che si debba discutere ancora ed ancora dell’esperienza pandemica e del suo corso. Abbiamo la necessità di costruirci una conoscenza dettagliata ed approfondita, condivisa e collettivizzata di questo fenomeno che andrà ancora avanti per lungo tempo. Una conoscenza che non sia fredda descrizione dei processi che si sono sviluppati, ma che sia sapere vivo dentro l’ambizione di una rottura radicale del presente. Coscienti che questa rottura, oggi sempre di più, diventi l’unica possibilità per larga parte della popolazione di sopravvivere in maniera dignitosa nella crisi sanitaria, ecologica e sociale.
Oggi come non mai uno dei primi dilemmi è come costruire una lettura olistica della crisi, che prenda atto della complessità a cui la civilizzazione capitalista è giunta e della totalità delle contraddizioni che risiedono al suo interno. Immaginare ipotesi, percorsi, itinerari per rovesciare questo sistema di sviluppo è l’obiettivo.
Nel nostro paese la crisi pandemica è stata cartina di tornasole, ha smascherato la crudezza degli interessi in campo oltre ogni mistificazione. I governi piegati ai dettami di Confindustria e delle lobbies imprenditoriali transnazionali hanno perseguito la legge del profitto a scapito di migliaia di vite, limitati appena dall’emergere di alcuni momenti di rigidità, spotanei e spesso confusi.
In particolare, il governo Draghi sta rappresentando la totalità di questi interessi, prima vagamente in conflitto tra loro, contro gli interessi di chi lavora sotto il ricatto dell’impoverimento, dell’esclusione e dello sfruttamento.
Se il ministro Cingolani promette una “transizione ecologica lacrime e sangue” significa che la necessità del capitale è ancora una volta quella di scaricare la crisi al fondo della scala sociale. Di fatto la transizione ecologica del governo Draghi non è altro che un rilancio dei processi di devastazione ambientale, sfruttamento e messa a valore dei territori che nulla ha a che fare con le necessità reali per far fronte alla crisi climatica.
In questo contesto l’interpretazione della crisi pandemica e del modo in cui uscirne diventa un campo di battaglia complessivo dove confliggono, si rimescolano e rinnovano interessi, identità e vissuti. Lo si nota persino nei livelli alti della soggettività capitalista dove emergono nuove frizioni e difformità. In campo tecnoscientifico la pandemia ha accellerato una ulteriore crisi sotterranea che era già in corso da decenni: ad essere messa in discussione è l’affidabilità stessa della scienza come campo neutro. Timidamente si notano emergere fratture in un ambito dove ad interessi diversi rispondono diverse interpretazioni, dove alcune funzioni (specialmente quelle orientate alla riproduzione della forza lavoro) sempre di più si spostano su un campo di oggettiva contraddizione (in potenza) con il capitale.
Persino qui è in corso una svalutazione delle capacità umane, un disallineamento. Ora il problema da porsi è come si dislocheranno queste contraddizioni e come si svilupperanno.
Nell’esperienza pandemica i punti di riferimento precedenti, i pochi stimoli credibili che permanevano per la valorizzazione individuale nel capitale sono stati in parte svelati per ciò che sono. Oggi sembra ancora più difficile trovare una prospettiva più o meno solida a cui guardare, per le generazioni più giovani e non solo. L’orizzonte si svuota di senso di fronte alle consapevolezze che il cambiamento climatico, l’impossibilità di accedere a un’integrazione nel consumo di status irraggiungibili e in relazioni mediate da schermi, la povertà della formazione, lo sfruttamento per garantire la cura e la riproduzione, siano tutti aspetti violenti del presente irrimediabilmente destinati ad acuirsi. Muoversi nel mondo è più difficile e diventa sempre più individualizzante quando di fronte a un trauma globale non si trovano risposte nei propri percorsi esistenziali se non quelle date dalle dimensioni psicologizzanti come unico barlume di lotta per la vita. Abbiamo vissuto solitudine e senso di impotenza, incapacità di lettura di ciò che stava accadendo, impoverimento delle relazioni sociali e materiali ma,rispetto a chi non vede un’uscita dal tunnel, è chiaro come la rottura della bolla non possa che avvenire nella lotta. Nell’essere e sentirsi insieme parte di una forza collettiva capace di ribaltare questa lettura della realtà, questi rapporti di potere, queste logiche di dominio che ogni giorno assumono forme di recrudescenza senza precedenti.
Stiamo vivendo le prime conseguenze di un’epoca che agli albori degli anni 2000 veniva individuata, a ragione, come tossica per l’umanità, come un mondo in cui le merci e il profitto, valgono più delle vite. Lo sappiamo quando contiamo i morti causati dal covid, quando spunta un nuovo cantiere, quando i lavoratori e le lavoratrici vengono picchiati e uccisi, quando i tribunali assolvono stupratori, quando le città affogano sotto strati di fango o di cenere. In questo contesto non stanno emergendo, almeno nel nostro paese, mobilitazioni di massa e non sarà invocandole che queste diventeranno realtà. Esistono però dei comportamenti di rifiuto generalizzati e delle omogeneità di quanto è definitivamente inaccettabile di fronte all’esperienza della pandemia. Ciò che sta nelle nostre possibilità è provare a ricostruire spazi per praticare opzioni possibili nei territori, renderle vere e attraversabili. Costruire insieme scelte di riscatto e nuove relazioni che siano punto di riferimento oltre l’individualità, verso la costruzione di un presente non negoziabile e un orizzonte di conflitto.
Vi invitiamo tutti e tutte sabato 24 luglio alle ore 10 a Venaus per confrontarci e discutere su questi e altri spunti di riflessione, verso un orizzonte comune.
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