
La réclame, ancora prima della talpa
Prosegue la narrazione sensazionalistica sull’avanzamento della Torino-Lione.
Come avevamo già anticipato con “Acchiappa la talpa”, mercoledì 11 marzo è stata presentata al raggruppamento di imprese UXT (Itinera, Ghella e Spie Batignolles) e alla direzione lavori IS2P (FS Engineering, ARX, Systra, Setec), nello stabilimento della società tedesca Herrenknecht, la prima fresa destinata allo scavo del Tunnel di base del Moncenisio, lato italiano.
La macchina, una TBM da 35 milioni di euro, lunga quanto due campi da calcio (per l’esattezza 235 metri) e del peso di 3.200 tonnellate, sarà utilizzata per scavare la seconda discenderia e proseguire con lo scavo della galleria sud del tunnel di base, già iniziato sul lato francese, avanzando poi sotto la montagna fino a Susa. Si tratta di uno dei macchinari più mostruosi previsti per la realizzazione dell’opera e rappresenta, nelle intenzioni dei promotori, un passaggio altamente simbolico verso l’avvio dello scavo della galleria principale.
Secondo quanto annunciato in pompa magna da TELT, la fresa verrà trasportata nei prossimi mesi in Val di Susa per essere assemblata nel cantiere di Chiomonte. Per trasferirla smontata interamente via autostrada serviranno circa 150 tra tir e trasporti eccezionali (a questo è servito lo svincolo A32, finito di costruire a gennaio). Solo dopo questa lunga fase di montaggio la macchina potrà entrare in funzione: l’avvio degli scavi dal lato italiano viene infatti indicato non prima dell’inizio del 2027.
Quello che è certo è che, come ci è stato riferito da anche da alcuni No Tav, sono già in corso le operazioni preparatorie per accogliere il macchinario, non solo nel piazzale antistante il tunnel geognostico (che dovrà comunque essere abbassato di 7 metri), ma anche nella martoriata area archeologica e fuori dal cantiere.
Nuovi container zona necropoli
Cancello zona archeologica
percorso maddalena – volto di roccia
percorso maddalena
Trivella
Trivella zona traliccio Terna
L’evento è stato celebrato dalle istituzioni come un ulteriore passo avanti nella realizzazione dell’opera e per il rilancio occupazionale del Piemonte (proprio come dicevamo ieri). Ma al di là della retorica ufficiale, i cantieri della Torino-Lione continuano a procedere tra cronoprogrammi più volte modificati (sono in ritardo di “soli” 18 anni), varianti progettuali (senza VIA e VIS) e costi complessivi che nel corso degli anni sono cresciuti in maniera esponenziale.
A darsi sonore pacche sulle spalle, ovviamente, c’erano la vicepresidente della Regione Elena Chiorino (Fratelli d’Italia), il presidente Daniel Bursaux e il direttore generale Maurizio Bufalini per conto di TELT, William Masi, presidente di UXT (che ha candidamente dichiarato che non ci “dovrebbero essere problemi di dispersione” durante la triturazione delle rocce di amianto), il console italiano a Friburgo, Pietro Falcone (ma perché? chi diavolo è?), e in collegamento il ministro Salvini e il suo omologo francese Philippe Tabarot (che sembra un insulto in piemontese).
Nel frattempo, la realtà quotidiana in Valsusa restituisce un quadro ben diverso da quello raccontato nella propaganda istituzionale: quello di un territorio progressivamente trasformato in un’unica area di cantiere, con ampie porzioni di valle devastate, case e terreni espropriati ad aziende agricole, allevatori e proprietari, oltre ad una presenza sempre più massiccia di forze dell’ordine a presidio delle aree interessate dai lavori. Nel frattempo, nelle poche aree industriali rimaste le fabbriche chiudono o, quando va bene, gli operai vengono messi in cassa integrazione per la mancanza di lavoro. Come sempre, ci sono lavoratori considerati di serie A e lavoratori di serie B, sacrificabili.
Nei cantieri si parla di 3.300 persone impegnate nei cantieri tra Italia e Francia, ma non si dice mai nulla sulle condizioni di lavoro: i tipi di contratto (determinato, intermittente, specializzato?), il grado di esposizione ad agenti pericolosi per la salute (polveri, amianto, acqua contaminata, temperature altissime?), la presenza di lavori usuranti. Inoltre, quanti tra i circa 900 lavoratori italiani (picco massimo previsto) sono realmente valsusini, visto che quest’opera avrebbe dovuto rilanciare l’economia della valle?
Da oltre trent’anni la realizzazione della Torino-Lione incontra l’opposizione di una parte significativa della popolazione locale e di tutti coloro che abbiano un minimo di spirito critico e capacità di fare due calcoli, continuando a denunciare l’inutilità dell’opera, i suoi costi economici e ambientali e il modello di sviluppo che questa infrastruttura rappresenta.
La consegna della fresa è solo un capitolo e questa rimane una grande opera imposta dall’alto, sostenuta da malavitosi e ingenti finanziamenti pubblici che sarebbero necessari in istruzione, sanità e trasporto pubblico locale, nonchè accompagnata da militarizzazione e un dispositivo di controllo del territorio sempre più pesante, che negli anni sta trasformato la Val di Susa in una vera e propria zona di sacrificio.
Di fronte alla retorica dell’inevitabilità e dell’irreversibilità, resta aperto uno dei nodi centrali che il Movimento No Tav pone da decenni: quale sia l’utilità reale di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità, così come è stato sollevato recentemente anche per la tratta Avigliana-Orbassano.
Con l’arrivo della talpa si apre dunque una nuova fase del racconto mediatico dell’opera. Ma in Valsusa, accanto ai cantieri e alle celebrazioni istituzionali, continua anche la mobilitazione di chi da anni si oppone alla Torino-Lione e alle sue conseguenze sul territorio. Perché la partita sul TAV non si gioca solo nei cantieri o nei palazzi della politica, ma soprattutto nella capacità dei territori di continuare a opporsi a un’opera ritenuta inutile, dannosa e imposta.
Quindi…avanti No Tav!
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