
Il grande scoop: se non si fa il TAV non si possono avere i fondi del TAV
Una nuova puntata della vicenda Tav e finanziamenti: una “fonte europea”, ripresa nel pomeriggio di lunedì con titoloni da prima pagina da tutta la stampa italiana, afferma che “non possiamo escludere, se ci sono ritardi prolungati, di dover chiedere all’Italia i contributi già versati” paventando il “rischio che, se i fondi non sono impiegati, possano essere allocati ad altri progetti”.

La cifra a cui si fa riferimento sono gli 813,8 milioni di euro di cofinanziamento europeo stanziati per il periodo 2014-2019. È vero, la maggior parte del cofinanziamento europeo nel periodo 14-19 non verrà utilizzato. Ciò che però Stampa, Repubblica e tutto il codazzo di giornali tifosi del TAV non scrivono è che sono soldi che non devono essere restituiti visto non sono stati ancora versati e che riguardano opere mai eseguite.
La causa del mancato cofinanziamento non è però l’attesa dell’analisi costi-benefici come suggerito dall’anonima “fonte europea” ma l’enorme ritardo accumulato in questi anni, le varianti e le modifiche progettuali che, oltre ad aumentare i costi facendo la felicità degli studi di progettazione, hanno allungato i tempi non consentendo di rispettare le scadenze fissate dal cofinanziamento. Questi non sono incidenti di percorso, ma la logica stessa delle grandi opere inutili: non servono, ma farle permette di spendere montagne di soldi e più i tempi si allungano e meglio è, perché nel frattempo si possono costruire carriere politiche e distribuire appalti. Non è utile completarle, ma costruirle, e tanto meglio se i tempi si dilatano.
Nel merito, analizziamo la cifra del cofinanziamento europeo di cui si annuncia la perdita, contenuta nel Grant Agreement del 2014, l’accordo tra Italia, Francia e UE sulla parte transfrontaliera [disponibile QUI]. Degli 813,781 milioni finanziati dall’UE circa un quarto era destinato a “lavori principali” (main works), che nel lato italiano riguardavano la galleria di ventilazione in Val Clarea e i lavori preparatori nella piana di Susa. La galleria è stata sostituita nell’ultima variante di progetto, e i lavori nella piana di Susa sono stati posticipati di qualche anno. Questa parte del cofinanziamento non può essere quindi erogata dall’UE. Sono soldi che non possono essere erogati ora. Vi erano poi sul lato italiano diverse centinaia di milioni co-finanziabili riguardanti lavori collaterali: 160 milioni per il collegamento Susa-Bussoleno, 14 milioni per il ricollocamento della pista di guida sicura. Ma entrambi questi lavori sono stati posticipati a una fase successiva. E poi c’erano 62 milioni per lo svincolo di Chiomonte, e 66,5 per rilocalizzare l’autoporto di Susa; queste due opere sarebbero dovute iniziare secondo i piani del cofinanziamento il 1 gennaio 2017 e terminare entro il 31/12/2018. Il problema è che non solo non sono mai iniziate, ma neanche ancora appaltate!
La vera notizia che bisognerebbe tirare dalla dichiarazione UE è, semmai, che non esiste nessuna fantomatica penale di due o addirittura tre miliardi come agitato da PD, Forza Italia, Madamine e Lega.
Non si possono perdere soldi che ancora non sono stati spesi, possono invece essere risparmiati, utilizzati in qualche cosa di utile. Ogni euro versato dall’UE per la Tav comporta che l’Italia ne versi un altro, ogni euro che l’UE non versa comporta un risparmio di un euro per le casse pubbliche. Se il cofinanziamento europeo non verrà utilizzato l’unica conseguenza è che l’Italia risparmierà qualche miliardo di euro che altrimenti dovrebbe impiegare in un’opera inutile.
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