I sindaci non arretrano: contro le violenze una condanna a metà
Un altro punto di vista istituzionale sulla manifestazione di domenica 23 ottobre in val di Susa. Sandro Plano presidente della comunità montana val susa e sangone e il sindaco di Venaus Nilo Durbiano rispondono alle domande del quotidiano torinese La Stampa. Dopo la presa di posizione di alcuni amministratori condovesi ancora un altro punto di vista istituzionale che anche qui guarda oltre al contingente e rilancia su piani molto più reali e programmatici rispetto al controverso problema della lotta contro l’alta velocità in val di Susa. Ancora un cronista alla ricerca dello scoop mediatico e ancora delle risposte politiche, chiare, che cercano di entrare nel merito del problema reale.
“È prepotenza anche quella delle istituzioni che ci escludono”
INVIATO A SUSA (TORINO)
Ma lei, schietto schietto, prende le distanze? «Allora, calma, un attimo… Io dico questo: con Alberto Perino condivido la battaglia ma non i metodi, almeno non in questo caso. Abbiamo due punti di vista diversi: io sono per il pieno rispetto della legalità. Sempre. Quindi domenica non ci sarò, a meno che non si cambi programma. Perché non condivido l’idea di andare a tagliare le reti del cantiere. Ma quelle reti, è doveroso dirlo, sono surreali. Reti surreali a difesa di un cantiere che non c’è. E comunque, sia chiaro, preferisco essere amico di Alberto Perino che di un mafioso. Nel senso: io so che lui agisce in buona fede, senza interessi personali. Ed entrambi pensiamo che la Tav sia uno spreco assurdo di denaro pubblico».
È tutto così. Come il punto di vista di Sandro Plano, il presidente della Comunità Montana, forse il rappresentante istituzionale più alto della Valle di Susa. Tutto un «sì ma anche». Sempre lui: «È una vita che diciamo di abbassare i toni – spiega – però io mi rispecchio pienamente nelle dichiarazioni del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Certe situazioni sono comprensibili». E sul fatto che sia stato eletto con il Pd, quindi con un partito a favore dell’Alta Velocità, cosa dice? «Io sono d’accordo al 95 per cento con il programma del partito. Non mi ritrovo solo su alcune cose. Ci si divide sulla Tav, come sulla fecondazione assistita o sui matrimoni fra gay. Sono anime diverse che convivono. O almeno cercano di convivere…».
Qui in Valle di Susa si vive male. C’è esasperazione a ogni incontro. Una diffidenza preventiva che invade i ragionamenti. Una specie di sfinimento, triste e rabbioso, che non promette niente di buono. Per esempio, sentite cosa risponde il sindaco di Venaus Nilo Durbiano, 61 anni, anche lui iscritto al Pd. «Certo che prendo le distanze. Le prendo dal ministro Maroni e dalla Regione Piemonte. Perché io condanno tutte le violenze. Comprese quelle istituzionali che sono state perpetuate nei nostri confronti. Ormai sono praticamente due anni che vengo ignorato e maltrattato. Come amministratore, io non esisto. Anche se ho cercato in tutti i modi di avvisare. La situazione stava degenerando. Ora stupirsi non è giusto».
Dopo l’essersi dichiarati giornalisti, c’è solo un argomento che raccoglie critiche peggiori: l’Osservatorio per la Torino-Lione. Ovvero l’organismo che avrebbe dovuto trovare un percorso condiviso sulla Tav. Appena ne parli, scattano come molle: «Avevano un dogma da dimostrare. Lo hanno fatto a prescindere da qualsiasi dato di realtà». Si sentono presi in giro. Abbandonati dalla politica. Soli. Tesi. Attenti a tutto.
E le reti del cantiere, in definitiva, sono l’ultimo dei problemi. Come spiega Dario Fracchia, 54 anni, sindaco di Sant’Ambrogio, uno che arriva dal mondo del volontariato cattolico ed è stato eletto con una Lista Civica: «I contenuti e il merito della protesta di domenica sono sacrosanti – spiega – qui in valle sono stati commessi soprusi su soprusi. Noi conosciamo bene le menzogne che vengono raccontate per ottenere i finanziamenti dall’Europa. Il cantiere è fermo. E la Tav, comunque, è la risposta peggiore che si può dare in questo momento di crisi economica. Ovviamente, sulla modalità della manifestazione, un amministratore come me non può fare un plauso. Ma ci sarò. Come tantissimi altri. Per cercare di fare in modo che non siano commessi atti illegali».
È difficile provare a raccontare la valanga di insofferenza che viene giù ad ogni incontro, a ogni singola chiacchierata. Sono tutti grandi conoscitori della materia per cui combattono. Dario Fracchia, per esempio, aderisce all’iniziativa «Barricate di carta». Consiste nel presentare ricorsi su ricorsi. Per ogni cosa. «Anche per uno spillo – spiega – troveranno durissimo andare avanti con i lavori…». Domani si riuniscono i comitati No Tav. Insieme decideranno come comportarsi di fronte al probabile divieto della prefettura di avvicinarsi al cantiere.
Lele Rizzo, leader del centro sociale Askatasuna, l’ala dura del movimento, dice: «Sappiamo perfettamente che non è legale andare a tagliare le reti. Ma per noi è legittimo. Ognuno si assumerà le sue responsabilità. Quindi non vedo il problema». Lo stesso ragionamento di Alberto Perino. Che ieri era arrabbiato con noi. Ritiene che l’ultima frase dell’intervista pubblicata sul giornale di martedì sia stata travisata. Era questa: «Noi siamo convinti che domenica succederà qualcosa di brutto, perché i poliziotti faranno delle azioni incredibili, pur di non lasciarci nemmeno avvicinare alle reti del cantiere». «E quindi?», abbiamo domandato.
E lui: «Noi le prenderemo, come sempre». Abbiamo sottinteso le reti del cantiere. Lui intendeva le botte dai poliziotti. Per Alberto Perino, ex banchiere in pensione e leader No Tav, andare a tagliare le reti del cantiere è giusto: «Un’azione di disobbedienza civile – spiega – come insegna la lezione di Gandhi». Il fatto è che in valle nessuno se la sente di dargli nettamente torto.
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