
I nuovi Hunger Games si giocano in Val di Susa
Non sappiamo se a qualcuno di voi lettori sia capitato di vedere il rendering della nuova stazione internazionale di Susa. A primo impatto, per gli amanti del genere, ricorda molto l’arena del secondo Hunger Games. Una struttura lucida, asettica, piantato in mezzo a una valle martoriata (ma che i designer di TELT ci tengono a ritrarre tutta verde, piena di alberi, assolutamente priva di tutta la colata di cemento che piano piano sta invadendo il nostro territorio).
Ma i tributi, cari lettori, in questo film che purtroppo non è un film, siamo noi. La valle, i suoi abitanti, chi da trent’anni si oppone a questo scempio.

Mercoledì 14 ottobre TELT ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale Europea il bando per la stazione internazionale di Susa: 155 milioni di euro per un’opera inutile, obsoleta prima ancora di nascere.
Ma parliamo dell’argomento preferito, parliamo di soldi.
Nel 2012, quando fu presentato il progetto, si parlava di 48,5 milioni. Poi ad un certo punto si è passati ad 80. Oggi siamo arrivati a 155. Parliamo di più del triplo in dieci anni. E non finisce qui: c’è pure la tranche opzionale per tre anni di manutenzione, cioè altro denaro pubblico gentilmente regalato.
Ma d’altronde, cosa aspettarsi dalla macchina mortale che come un fastidioso parassita continua a insinuarsi sul nostro territorio? E soprattutto cosa aspettarsi dall’amministrazione segusina, che mai si è esposta contro quest’opera né interessata alla salute e al benessere dei suoi cittadini?
Nel siparietto da circo che si erge attorno a quest’ennesimo futuro cantiere che attanaglierà la Val di Susa, c’è anche Bussoleno, dove, secondo la sindaca Zoggia (la quale ora è molto arrabbiata per non aver avuto la sua fetta di torta) la stessa stazione sarebbe costata meno di 10 milioni se costruita nel suo comune, sfruttando in parte lo snodo già esistente.
Insomma, oltre al danno la beffa, in una valle che avrebbe proprio bisogno di tutti quei soldi per risolvere ben altri evidenti problemi, a partire dalla sanità e dall’istruzione, passando per un possibile potenziamento della già esistente linea ferroviaria.
Ma come al solito, le decisioni vengono prese altrove, dall’alto, sulla nostra pelle.
Non che la stazione la volessimo a Bussoleno, sia chiaro: non la vogliamo da nessuna parte, però diciamo che manca proprio il buon senso. Non siamo stupiti, ma ogni tanto superano le aspettative.
Intanto, mentre loro parlano di soldi, di dove costruire la loro arena dentro alla quale potremo combattere all’ultimo sangue per un tocco di pane, fuori dai cantieri e dalle sale decisionali la gente comune fa i conti con la realtà. Per andare dal benzinaio conviene prima fare un salto a mano armata in banca, perché abbiamo ormai superato i 2 euro al litro, le famiglie faticano ad arrivare a fine mese e a fare la spesa, e con l’arrivo dell’inverno i costi dei riscaldamenti toccheranno le stelle.
Dei veri e propri giochi della fame sulla pelle dei pochi, di chi ingiustamente non ha voce in capitolo.
Da trent’anni ci propinano la favola delle merci che passano dalla gomma alla rotaia, ma ribadiamo che i numeri li smentiscono ogni volta. Nel 2008 sulla linea storica del Frejus passavano 4,6 milioni di tonnellate di merci. Le previsioni ipotizzavano un raddoppio in dieci anni, con tassi di crescita del 3,3% annuo — superiore a quello del PIL — e coefficienti di elasticità degni di un esercizio di fantasia dei migliori. Gli stessi tecnici della Comunità Montana le definirono anomale. E infatti: la saturazione della linea storica è stata spostata dopo il 2030. Nel frattempo, per far quadrare i conti, hanno aggiunto treni regionali e metropolitani al conteggio, quanto bastava per far apparire i numeri sostenibili.
Oggi la realtà è ancora più brutale.
I collegamenti dall’Alta Valle, da Bardonecchia e dalla Francia con la stazione di Susa richiederanno autobus e camion, alla faccia del riequilibrio modale. E comunque chiunque abbia un minimo di buon senso sa che le merci su rotaia arrivano solo se la stazione è attaccata ai luoghi dove le merci devono entrare. E non è questo il caso.
Mentre si pubblica il bando per Susa, i cantieri sono un cimitero di promesse non mantenute e di scheletri di progetti incompleti.
In Italia non è stato scavato un metro di tunnel e la Francia stessa è dubbiosa. La cara talpa Viviana continua a scavare 1,5 metri al giorno contro i 12 previsti, nonostante Manuela Rocca, vicedirettrice generale di TELT, alla conferenza tenutasi con la cittadinanza a Susa, sostenga che non ci saranno ritardi.
Pare un po’ una presa per i fondelli.
I 155 milioni della stazione di Susa sono l’ennesima tassa che paghiamo per un progetto imposto dall’alto, che da trent’anni promette un futuro di sviluppo e prosperità che fatichiamo a vedere. La partita per fermare questa follia continua ad essere aperta.
NO TAV. Ora e sempre.
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