
Gravere: le compensazioni diventano strade, il territorio diventa merce

E’ stato affidato alla ditta Effedue Srl l’incarico per la realizzazione e sistemazione delle strade d’alta quota in Alta Valle di Susa. Ancora una volta, sotto il nome rassicurante delle compensazioni, si nasconde un nuovo intervento volto a trasformare profondamente il territorio. In questo caso in ballo c’è l’approvazione di lavori per realizzare e sistemare una rete di strade d’alta quota (stiamo parlando della manutenzione straordinaria della SP254 – Piangelassa e del tratto che collega Piangelassa a Punta Faliera e Monte Pintas nel Comune di Gravere). Interventi presentati come opportunità per il turismo e la fruizione della montagna, ma che si inseriscono a pieno titolo nel sistema delle compensazioni legate alla Torino-Lione.
L’operazione si inserisce nel cosiddetto progetto “la Valle di Susa e il regno delle strade d’alta quota” (finanziato dalla delibera Cipe 67/2017) e il costo complessivo di questa manovra si aggira intorno ai 100.000 euro. Da anni il Movimento No Tav denuncia il meccanismo delle compensazioni: risorse pubbliche distribuite ai territori non per rispondere a bisogni reali, ma per comprare consenso attorno a un’opera imposta.
Strade, parcheggi, sistemazioni varie: opere spesso scollegate da una reale necessità delle comunità locali, ma funzionali a legittimare la presenza del Tav. Quello che viene raccontato come “sviluppo” è in realtà un sistema di scambio: accettate il cantiere, accettate la devastazione e in cambio arriveranno fondi e lavori.
Le strade d’alta quota approvate oggi rientrano perfettamente in questa logica. Non sono un progetto nato dal basso, ma l’ennesima tessera di un mosaico costruito altrove.
E dentro questo sistema si inserisce anche il ruolo delle imprese sollevando una questione che il Movimento No Tav ha sottolineato con forza più volte: c’è lavoro e lavoro.
Negli anni del cantiere Tav, alcune ditte del territorio hanno scelto di partecipare direttamente ai lavori, diventando parte attiva di un processo di trasformazione, devastazione e militarizzazione della valle. Tra queste, proprio, udite udite, la ditta Effedue.
Questo nome non è ovviamente nuovo per chi ha seguito le vicende della valle. L’azienda è stata coinvolta in interventi legati al cantiere di Chiomonte, operando in un contesto segnato da presenza militare, recinzioni e limitazioni per la popolazione locale. Non solo: il suo nome è comparso più volte anche nelle cronache delle operazioni contro i presidi No Tav, diventando simbolo di quel pezzo di economia locale che ha scelto di schierarsi dalla parte del cantiere.
Non si tratta semplicemente di “portare lavoro”, ma di decidere quale tipo di lavoro sostenere: quello che difende il territorio o quello che contribuisce alla sua trasformazione irreversibile.
Le stesse dinamiche, gli stessi soggetti. Le compensazioni, i nuovi lavori, le imprese coinvolte: tutto parla di una continuità evidente. Non siamo di fronte a interventi isolati, ma a un modello che si ripete.
La realizzazione delle strade d’alta quota non è quindi un progetto neutro. È parte di un disegno più ampio che negli anni ha già modificato profondamente la Valsusa, consumando risorse e territorio. Il rischio, sempre più concreto, è quello di una montagna trasformata in infrastruttura: accessibile, sfruttabile, funzionale al turismo di massa e agli interessi economici, ma sempre più distante dalla vita reale delle comunità che la abitano e sempre più sacrificata in nome del profitto.
Le compensazioni diventano così uno strumento per accelerare questo processo, mascherando sotto la parola “opportunità” ciò che è a tutti gli effetti una trasformazione imposta.
Di fronte a tutto questo, una domanda sorge spontanea: si può continuare a chiamare sviluppo ciò che nasce come compensazione di un danno?
La Valle di Susa conosce già la risposta. E continua, con determinazione, a metterla in pratica.
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