
Grandi opere e territori senza servizi: dove sono davvero le priorità?
Ancora una volta, sono i dati ufficiali a smascherare la narrazione delle grandi opere come soluzione ai problemi della mobilità.
Secondo il recente rapporto dell’Osservatorio OTI Piemonte le infrastrutture ferroviarie del Nord-Ovest sono ferme tra ritardi cronici e fondi insufficienti, con situazioni definite addirittura “clamorose” . Non si tratta di un’invenzione o di voli pindarici, ma di una fotografia che arriva direttamente da chi monitora lo stato delle opere.
Il quadro che emerge è quello di una rete ferroviaria ordinaria che fatica a partire, con interventi bloccati o rallentati proprio per mancanza di finanziamenti. Non parliamo di progetti futuristici, ma di opere necessarie per migliorare la rete esistente: manutenzione, potenziamenti locali, collegamenti regionali.
In altre parole, ciò che serve davvero a chi ogni giorno si sposta soprattutto per lavoro e studio.
Eppure, mentre queste opere restano al palo, si continuano a destinare risorse enormi a una linea ad alta velocità internazionale la cui utilità è contestata da anni.
La Torino-Lione viene presentata come un’opera strategica e inevitabile. Ma i dati raccontano ben altro: non ci sono abbastanza fondi nemmeno per far partire interventi ferroviari già programmati nel Nord-Ovest.
Questo significa una cosa molto semplice: le priorità non sono dettate dai bisogni, ma da scelte guidate dal profitto.
Si trovano miliardi per scavare tunnel e sacrificare territori ma non per: migliorare le linee locali, aumentare la frequenza dei treni regionali, mettere in sicurezza infrastrutture esistenti e ridurre i disagi quotidiani dei pendolari.
I fatti lo dimostrano chiaramente: mentre si parla di progresso e modernità, la rete ferroviaria esistente resta indietro, senza fondi sufficienti nemmeno per partire.
Il punto è che non esiste alcuna emergenza nel far funzionare ciò che serve davvero. Le linee che usano i pendolari possono aspettare. I territori possono aspettare.
L’Alta Velocità no. Il meccanismo è sempre lo stesso: prima si decidono le grandi opere,
poi si adattano i territori, poi si dice che non ci sono più risorse per il resto.
Se si abbandonasse la logica delle grandi opere, le risorse pubbliche potrebbero essere redistribuite in modo radicalmente diverso. Il problema non è tecnico. Non è una questione di “fare meglio il Tav. Stiamo parlando di una scelta ben precisa: continuare a investire nel sistema grandi opere, oppure rispondere ai bisogni reali dei territori.
La vera alternativa non è tra fare o non fare un’infrastruttura. È tra due modelli di sviluppo diametralmente opposti. Affermare che il Tav è inevitabile serve a nascondere una cosa molto semplice: quei soldi potrebbero e dovrebbero essere spesi altrove. Subito.
Sulla rete esistente.
Sui servizi.
Sui territori.
Su ciò che serve davvero.
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