‘anni dal Vajont una lezione per la Val di Susa
di Umberto Croppi – Si compiono in questi giorni (per l’esattezza il 9 ottobre) i cinquant’anni dalla più grande sciagura provocata dall’uomo in Italia nel dopoguerra: il disastro del Vajont. Giustamente rubricato come “strage” nella letteratura successiva.
Vale la pena rileggersi le cronache che riguardano la costruzione del mostro alpino: la solitaria battaglia della giornalista de L’Unita, Tina Merlin, processata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” a seguito delle sue tempestive denunce, che imbarazzavano anche la testata che le ospitava; le trame delle società costruttrici, che nascondevano o manomettevano perizie e notizie relative ai rischi; le istituzioni che favorivano dolosamente gli interessi degli speculatori; la politica che difendeva strenuamente l’opera in vista di una nazionalizzazione che avrebbe reso ricchi i privati che la stavano realizzando.
Soprattutto sarebbe utile ripercorrere le tappe delle proteste dei valligiani, le modalità della loro azione, gli argomenti fondati e inascoltati: se l’anglicismo fosse già stato in uso sarebbero stati bollati – e lo furono nella sostanza – come affetti da sindrome di NIMBY, Not In My Back Yard, non nel mio cortile.
Sarebbe questo un esercizio interessante ed utile per indagare cosa sta succedendo oggi sul versante opposto dell’arco alpino con la edificanda TAV, per comprendere l’ostinazione degli oppositori, per inquadrare le polemiche sorte intorno alle dichiarazioni di Rodotà e Erri De Luca. Il confronto non è affatto esagerato, ma certe cose si capiscono soltanto dopo.
Probabilmente la costruzione della linea ad alta velocità non produrrà, in Val di Susa, un fenomeno altrettanto eclatante, con interi paesi spazzati via e quasi duemila morti in pochi minuti; il disastro ecologico si dispiegherà su tempi più lunghi e in forme meno spettacolari.
Ma il suo esito è certo: dissesto idrogeologico (esattamente come è già successo nel Mugello), sconvolgimento dell’equilibrio naturale, dispersione di materiale radioattivo e inquinante (uranio e amianto) e forse i nostri figli daranno ragione a chi si era opposto all’opera, così come nessuno oggi si sognerebbe di difendere rispettabili criminali che si avventurarono nella costruzione della diga del Vajont.
Più ancora delle conseguenze dell’impresa, però, gli eventi di cinquant’anni fa ci offrono un’altra lezione. Ora come allora le denunce, le proteste gli argomenti restano senza risposta, derisi, declassati a folklore violento, ignoranza, egoismo.
La questione è proprio qua. Massimo Cacciari ha spiegato, in una recente intervista sui No-Tav, che la democrazia è anche il luogo della decisione: si parli pure liberamente, nelle giuste sedi, ma quando una decisione è presa non può in eterno essere rimessa in discussione. Ecco quello che è mancato in questa vicenda (come in altre analoghe) è stata proprio una sede – una vera sede – di confronto. Nei luoghi della decisione si è agito senza tener conto, senza mostrare attenzione per gli argomenti degli oppositori. Si è deciso e basta.
E pure le ragioni contro sono robuste, ben oltre quelle “ecologiche” già accennate, riassumiamole in estrema sintesi: esiste già un traforo ampiamente sottoutilizzato; non c’è certezza sulla volontà di procedere dalla parte francese; c’è invece la certezza che non esiste ancora alcun progetto per il completamento di un “corridoio europeo” oltre Torino; non esiste nessuno studio che attesti l’esistenza di una mole di merci in transito su quella direttrice che giustifichi l’opera; i costi sono spropositati per una economia in crisi come la nostra e i torbidi interessi di gruppi a cavallo tra politica e criminalità già si appalesano.
Non c’è stata nessuna sede, nemmeno un salotto televisivo, in cui queste tesi siano state confutate, in cui a dati siano stati opposti dati, ad argomenti argomenti. Solo le solite generiche affermazioni sui nemici del progresso, una presunta esigenza sovranazionale che non risponde a nessuna realtà e, naturalmente, il pericolo della deriva estremista e terrorista.
Ma è proprio la riduzione al silenzio di chi cerca di esporre la propria convinzione (basata su dati e non solo su legittime paure) che spinge ad alzare il livello: se tu mi impedisci di parlare io urlo, se tu decidi senza controbattere i miei argomenti la mia esasperazione aumenta. È una reazione nota pure alla fisiologia, l’aumento di aggressività è proporzionale alla riduzione delle possibilità di una corretta comunicazione, la negazione del dialogo è spesso la causa della violenza.
È quindi non solo legittimo ma addirittura doveroso porsi il problema della comprensione, come ha fatto Stefano Rodotà nel suo contestatissimo intervento. Ed è perfino giusto chiedersi da dove nasce una rabbia così forte da spingere alcuni a rischiare apertamente i rigori della legge, chiedersi se questo atteggiamento non si fondi su qualche ragione violata.
Violenza e illegalità vanno condannate, certo, ma all’interno di un ragionamento più vasto, che individui tutte le violenze e tutte le illegalità, anche quelle eventualmente compiute in nome della legge.
Perché qualcuno potrebbe pur pensare che le cose sarebbero andate diversamente se i miti montanari del Vajont son si fossero limitati alle proteste verbali e ai documenti ma avessero trovato la forza di invadere i cantieri di chi stava per distruggere le loro vite.
In mancanza di una sana dialettica, nelle parole di quanti ora si scandalizzano si potrà ascoltare l’eco dell’invettiva “sciacalli!” che Montanelli lanciò a nome dei benpensanti contro chi, all’indomani della strage, ricordava le denunce che erano state derise, i rischi che erano stati nascosti, le verità che erano state negate. Salvo poi pentirsene qualche anno dopo.
Leggi anche

08/08 Corteo No Ponte: chiudere la Strettodimessina SPA (VIDEO)
Ieri, 8 agosto, una delegazione di No tav ha partecipato al corteo No Ponte che si è svolto all’interno di tre giorni di mobilitazione e campeggio a Messina dal 7 al 9 agosto. Come Movimento, da sempre, siamo vicini alla lotta conttro il ponte sullo stretto di Messina, per le stesse identiche ragioni per cui […]

PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ AL CARCERE DELLE VALLETTE: MERCOLEDÌ 5 AGOSTO ORE 18.30
Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito di […]

Prendiamo fiato e guardiamo lontano: alcuni dati politici sull’estate di lotta 2026
Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav è tornata ad occupare il centro delle preoccupazioni di tutti.

Siamo sempre qui!
Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno.

Primo giorno ad Alta Felicità!
Dopo la Not(t)e ad Alta Felicità di ieri, una serata di primi concerti in attesa dell’inaugurazione del decennale del Festival, questa mattina è stato dato il via ufficiale al Festival Alta Felicità.Quest’anno festeggiamo dieci anni: dieci anni in cui l’estate della Val di Susa è stata animata da lotta, socialità e cultura, vissute in modo […]
