Dalla nipote di Mubarak alla digos “privata”
Che questo fosse il Paese degli impuniti al potere, o se si preferisce dell’impunità garantita agli uomini del potere, è una realtà talmente assodata che ormai l’opinione pubblica quasi non ci fa più caso, assuefatta da decenni di informazione di regime, capace di santificare o distruggere le persone, a prescindere da ciò che fanno o dicono, ma in base al loro posizionamento nella scala gerarchica del potere.
La vicenda dell’esposto per peculato ed abuso d’ufficio nei confronti dell’ex Procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, è emblematica di questa realtà.
Tutta la stampa mein stream (o, meglio, di regime) si è infatti guardata bene dal riportare o dal commentare sia la notizia dell’esposto che i fatti resi noti alla Procura di Milano.
L’unico che non è riuscito (ancora una volta) a rispettare la “consegna del silenzio” è stato l’immancabile alfiere dei Sitav, il senatore Stefano Esposito che così ha commentato la notizia:
“Il tentativo di infangare il procuratore Caselli rientra in una strategia di delegittimazione dei magistrati degna della peggiore cultura berlusconiana”
Ci pare che l’accostamento tra la vicenda dell’ex Procuratore e la “peggiore cultura berlusconiana” sia decisamente azzeccato, anche se non proprio nel senso indicato dal senatore.
E infatti, come esempio della “peggiore cultura berlusconiana” ci viene in mente l’intervento dell’ex Presidente del Consiglio presso la Questura di Milano quando, interferendo con i compiti istituzionali della Polizia, chiese la liberazione della sua amica Ruby, onde evitare un incidente diplomatico internazionale con lo “zio” della ragazza, il presidente egiziano Mubarak…
Cos’hanno in comune le due vicende?
Forse proprio l’atteggiamento “culturale” di 2 potenti che nell’assoluta (e probabilmente fondata) convinzione della propria impunibilità decidono di esercitare la loro influenza per avvalersi dei favori delle istituzioni a fini esclusivamente privati. L’uno per salvaguardare l’integrità del suo harem, l’altro per portare a termine la sua piccola (piccolissima) vendetta personale per uno sberleffo ricevuto (la sindrome di lesa maestà va sempre di moda)
D’altronde, anche quando il potente viene “pinzato” e si becca una condanna a 4 anni di reclusione per frode fiscale che succede? Nulla, una settimana di ospizio a Cesano Boscone e il conto è pareggiato…
Si pensi, invece, alle sanzioni disciplinari e alle condanne penali per quei dipendenti pubblici che, commettendo il reato di peculato, hanno utilizzato l’auto o il telefono dell’Ente per motivi esclusivamente personali, in questo caso nessuna censura dalla stampa di regime, certo…mica si tratta del Procuratore capo…mica si tratta di impuniti al potere…
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