
”opposizione sociale alla crisi
Dall’11 al 13 luglio a Venaus tre giorni di discussione, confronto iniziative fra realtà europee per un’opposizione sociale alla crisi.
La decisione di Renzi di rimandare sine die il vertice sulla disoccupazione giovanile previsto per l’11 luglio a Torino è significativo della fase che stiamo vivendo. Chi sta al governo (in Italia come in Europa) non ha la capacità di trovare delle soluzioni alla crisi, l’unica prospettiva che hanno è di continuare a scaricarne i costi verso chi sta più in basso nella piramide sociale. Per chi ci governa sfuggire alle situazioni di conflitto, quindi alla possibilità che trovi spazio di rappresentazione un modo di essere differente, serve per mantenere (anche a livello di immagine) una forza che rispecchia la debolezza delle forze sociali che vi si contrappongono.
Nell’ultimo anno abbiamo visto diversi esempi di lotte contro i processi di impoverimento, precarizzazione e proletarizzazione che ci hanno imposto che sono state in grado di dar voce ad una contrapposizione alle politiche del governo e dei vertici europei: il percorso aperto con il 19 Ottobre e la questione della casa, la resistenza NoTav e le tante lotte diffuse sul territorio nazionale contro la precarietà (a 360 gradi) delle condizioni di vita. Siamo convinti che il nostro obbiettivo non sia, e non possa essere, la semplice sommatoria di collettivi e gruppi militanti, ma la nostra ambizione è quella di attivare dei movimenti di massa che sappiano costruire rapporti di forza favorevoli. Allo stesso modo guardare all’Europa non significa accettare o rifiutare uno spazio comunque definito dai suoi confini istituzionali, bensì rivolgerci a quei comportamenti di rifiuto che lo attraversano e plasmano: essere all’altezza della sfida vuol dire scommettere su quelli organizzabili e massificabili, non inseguire la federazione formale tra soggettività militanti provenienti da paesi diversi.
Quindi dobbiamo porci il problema di ricomporre i comportamenti di contrapposizione intorno a dei bisogni sociali concreti, di costruire comunità in lotta, radicamento nei territori e un modo diverso di viverli, in alternativa/contrapposizione ai modelli imposti dalla governance istituzionale. Per questa ragione la nostra chiave di lettura vuole essere quella di una (potenziale) conflittualità di massa, piuttosto che farci guidare da inefficaci schemi ideologici.
La questione dei giovani rimane aperta, appare chiaro che l’intenzione di politici ed istituzioni (a corto di idee) è di scaricare i costi della crisi su di loro, tagliando redditi e servizi, precludendo possibilità. La battaglia sulle grandi opere, inoltre, ha messo in evidenza che l’impiego delle risorse pubbliche è strutturato come redistribuzione di ricchezza (che non manca) da ceti medi e bassi verso la finanza e i ceti alti e altissimi. In questo quadro il tema della fiscalità è emerso con centralità in diverse situazioni di protesta: a fronte di un prelievo sui redditi sempre più alto non corrispondono né maggiori servizi né maggiore benessere o forme di redistribuzione.
Non potendo accontentarci di quanto finora costruito rimane fondamentale discutere sull’autunno a venire, i limiti con cui ci siamo scontrati, su quali scommesse ed ipotesi mettere in campo.
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