
DA ZVERNEC ALLA VAL DI SUSA: stesso modello imposto stessa lotta.

Sono immagini familiari a chi vive in Val di Susa quelle che arrivano dall’Albania, dalla spiaggia di Zvërnec e dall’area protetta di Vjosa-Narta. La repressione violenta contro una popolazione che si oppone a un progetto imposto con recinzioni e filo spinato, destinato a distruggere un bene pubblico per favorire interessi economici privati.
Vjosa-Narta è un mosaico unico di habitat diversi, già pesantemente compromesso dal progetto dell’aeroporto di Valona che oggi rischia di subire un colpo ancora più duro con il piano turistico che vede tra i principali investitori i fratelli Al-Khayyat, imprenditori qatarioti di origine siriana, e Jared Kushner, genero di Donald Trump, già coinvolto durante l’amministrazione Trump in proposte di riorganizzazione del futuro di Gaza, fondate su una visione del territorio come spazio da “ripulire” e valorizzare in chiave economico-turistica.
La gravità della situazione aumenta se si considera il valore della riserva naturale interessata. L’area è riconosciuta come IBA (Important Bird Area), fa parte della rete ecologica Emerald Network e possiede uno status internazionale che ne certifica l’elevata biodiversità. È un sistema di zone umide, lagune e isole sabbiose che costituisce una delle principali aree di sosta per gli uccelli migratori lungo la rotta adriatico-ionica; tra le specie simbolo vi sono i fenicotteri, che qui trovano un habitat privilegiato.
Il governo albanese di Edi Rama, che negli ultimi anni ha rafforzato i propri rapporti con diversi alleati occidentali — non ultimi gli accordi con il governo italiano sul fallimentare progetto dei centri per migranti — ha concesso già dal 2025 a Jared Kushner una licenza per costruire sull’isola di Sazan, bene pubblico di enorme valore naturalistico e storico. A questo si aggiunge il progetto da un miliardo e mezzo di dollari nell’area di Zvërnec per la realizzazione di un resort di lusso, che rischia di compromettere definitivamente l’ecosistema locale e di sottrarre alla popolazione albanese un patrimonio collettivo.
Tutto questo è possibile non soltanto grazie a relazioni politiche e interessi economici che il governo Rama intende consolidare, ma anche attraverso le leggi sugli “investimenti strategici”, che allentano i vincoli sulle aree protette e permettono di aggirare le normali procedure di appalto e valutazione.
È una strategia ricorrente: la trasformazione di territori ecologicamente sensibili in aree di investimento accelerato, sottratte alla contrattazione democratica attraverso la categoria dell’“interesse strategico”, spesso accompagnata da forme di pressione e repressione verso chi si oppone. Si tratta di dispositivi giustificati attraverso previsioni di benefici economici e occupazionali raramente supportate da verifiche.
Un meccanismo che conosciamo bene anche in Italia. La definizione di “interesse strategico nazionale” ha consentito più volte di imporre opere contestate dalle popolazioni locali. La TAV in Val di Susa rappresenta forse l’esempio più evidente: un’opera portata avanti scavalcando le poche barriere legali che il territorio aveva ancora a disposizione e militarizzando progressivamente il conflitto. Lo stesso schema si è ripetuto con il MUOS, con il MOSE, con il Ponte sullo Stretto e con molte altre grandi opere presentate come inevitabili, mentre gli interessi delle comunità locali venivano sistematicamente messi in secondo piano.
La battaglia che il popolo albanese porta avanti da giorni, e che ha chiamato una nuova mobilitazione per sabato 6 giugno, è la stessa della Val di Susa e di tutte le popolazioni che si oppongono alla sopraffazione degli interessi privati sul bene collettivo.
A chi oggi difende il proprio territorio va il nostro sostegno e la nostra solidarietà.
A sarà dura, albanesi!



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