Ma qualche giorno dopo ecco la bomba, che scandalizza il candidato governatore e l’intero mondo politico piemontese e manda in fibrillazione i media, evidentemente a corto di notizie. I gestori della struttura decidono, e lo comunicano, di devolvere parte della somma ricavata al movimento no Tav, come contributo per le spese legali sostenute nei diversi processi in cui sono coinvolti suoi esponenti. Nulla di nuovo. Nei mesi scorsi una grande mobilitazione a livello nazionale ha portato alla raccolta, per quello specifico obiettivo, di oltre trecentomila euro e su tutti i siti no Tav si trovano gli estremi per analoghi versamenti. Ma questa volta nell’establishment offeso per lo sgarbo subito scattano i più classici meccanismi proiettivi: «perché mai, se non perché costretti o minacciati, i gestori della struttura versano del denaro al movimento no Tav? Ecco un evidente caso di metodo mafioso, che esige il pizzo dai commercianti!». Proprio così, e agli alti lai del candidato governatore si affiancano quelli dei suoi avversari politici contingenti (peraltro alleati nel sostegno alla linea Torino-Lione): tutti dimentichi che ben altre sono le presenze mafiose in Val Susa e che non è certo abitudine di chi è taglieggiato dichiararlo allegramente ai quattro venti… Ma tant’è! Sono infortuni che capitano a chi non conosce altra molla del proprio agire all’infuori del personale interesse.
Non ne parlerei, dunque, se non fossi colto da un improvviso dubbio e dalla necessità di una confessione. Due anni fa, con Marco Revelli, ho scritto un libro dedicato al Tav (“Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa”) e, insieme, abbiamo deciso, dandone atto nel colophon, di destinare al movimento no Tav i diritti d’autore. E dunque mi pongo la domanda: sono anch’io un “taglieggiato”, magari – come a volte accade – a mia insaputa o, essendo soddisfatto della mia scelta, plagiato da una sorta di sindrome di Stoccolma in versione valligiana?






