
Aspettando l’8 dicembre. Di Nicoletta Dosio

Sono passati quindici anni, ma, finché avrò vita, ricorderò quella notte convulsa, di neve fitta, le tende raccolte attorno ai falò, il pentolone di minestra fumante nel presidio improvvisato; e un presentimento funesto.
Arrivarono alle prime ore di notte, tanti, in assetto antisommossa. Si aprirono la strada a suon di ruspe, poi, sulle tende addormentate, grandinarono manganellate: botte, grida, sangue e ,dal paese, all’improvviso, il suono delle campane a martello, come nelle calamità.
Tutto intorno, erano state bloccate le strade d’accesso e, chi cercava di avvicinarsi, veniva inseguito attraverso i prati, ricacciato oltre lo sbarramento fitto di uomini armati e mezzi di polizia.
L’alba rivelò, agli occhi di una Valle ammutolita, la devastazione di quel campeggio che aveva resistito per mesi e che era diventato per tutti noi il luogo di una Resistenza mai morta e ora più viva che mai.
Fummo cacciati via, mentre in fretta e furia arrivavano i materiali per le recinzioni del cantiere e i poliziotti brandivano come trofei di guerra le bandiere NO TAV strappate alle tende.
Rabbia, senso di impotenza, angoscia per alcuni di noi che erano stati fermati quando, inerpicandoci sui pendii, tra la neve alta, cercammo di occupare l’autostrada.
Ma al ritorno, davanti alla stazione di Bussoleno scoprimmo, con commozione ed incredulità, le prime barricate e, in una sala polivalente straripante di popolo, si decise la resistenza ad oltranza con l’occupazione delle statali e dell’autostrada.
Era il 6 dicembre 2005; l’8 dicembre di liberazione era vicino.
Nicoletta Dosio
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