
Andando verso la marcia del 3 ottobre, anche per dire NO all’Acciaieria
Ripubblichiamo da Centro Studi Sereno Regis – un articolo di Martina Casel
Ho sempre amato stare a casa la sera, specie in questa stagione. Arrivi, ti togli le scarpe dopo una giornata di lavoro e finalmente puoi fermarti. Leggere qualche pagina di un libro, guardare un film, giocare con tuo figlio, fare due chiacchiere, andare a dormire senza pensieri. Sono cose semplici, quasi banali. Eppure, negli ultimi anni, ho imparato ad apprezzarle come si apprezza qualcosa di raro. Quel tempo lento sulla poltrona, fatto di silenzi densi, di tazze fumanti, di una storia letta senza interruzioni, una serata passata con chi ami. Credo sinceramente che dovrebbe essere la normalità per chiunque, e invece sta diventando un lusso.
E mentre fatichiamo a tenere insieme le nostre vite, il territorio in cui viviamo continua a essere considerato una terra di conquista. Istituzioni, grandi interessi economici e speculatori sembrano sempre sapere cosa sia meglio per noi.
Da una parte nuove infrastrutture imposte come inevitabili, dall’altra progetti industriali presentati come unica possibilità di sviluppo. Tra questi c’è anche l’ipotesi della riapertura dell’altoforno dell’acciaieria Beltrame, raccontata quasi esclusivamente attraverso il linguaggio dei posti di lavoro e degli investimenti. Sia chiaro: nessuno può permettersi di sottovalutare il tema del lavoro. Ma proprio perché il lavoro è importante, non possiamo accettare che venga usato per mettere a tacere ogni dubbio e ogni critica.
Un’acciaieria non è soltanto una fabbrica ma una trasformazione profonda del territorio. Significa consumi enormi di risorse, traffico pesante, emissioni e un impatto che può segnare un’intera valle per decenni. Questo lo sappiamo molto bene, perché già la prima apertura aveva avuto conseguenze devastanti. E poi la storia industriale del nostro Paese ci ha già mostrato troppe volte cosa succede quando la salute delle persone viene considerata un danno collaterale accettabile. Pensare all’Ex-Ilva di Taranto non significa fare allarmismo, significa avere memoria. Vuol dire rifiutarsi di credere che le promesse bastino da sole a cancellare i rischi e le conseguenze.
E la cosa più amara è che tutto questo accade mentre la sanità pubblica del territorio arretra.
Se davvero si riesce a pensare di aggiungere nuove pressioni ambientali a un territorio già martoriato, la prima domanda dovrebbe essere: siamo in grado di prenderci cura delle persone che ci vivono? La risposta, purtroppo, è sempre più spesso no. Liste d’attesa infinite, servizi ridotti, difficoltà ad accedere alle cure. In molte zone mancano perfino i pediatri. Famiglie costrette a spostarsi per una visita, genitori che non sanno a chi rivolgersi quando i propri figli hanno bisogno di assistenza. È un paradosso difficile da accettare: si progettano grandi opere e nuovi impianti industriali, ma si fatica a garantire i servizi essenziali che dovrebbero tutelare la salute delle persone.
Per questo, l’altra sera, non ho fatto nulla di quello che avrei voluto fare. Non ho letto quel libro che mi aspetta sul comodino. Non mi sono sdraiata sul divano. Non ho passato la serata in tranquillità con mio figlio che mi chiedeva di restare a casa. Ho seguito l’esempio di tante altre persone prima di me, ho scelto di usare il mio tempo in un altro modo. Ci siamo incontrati. Abbiamo discusso, ascoltato, immaginato. Abbiamo provato a capire come reagire a una violenza che spesso non fa rumore ma che da anni continua a consumare il nostro territorio pezzo dopo pezzo. Ci siamo incontrati perché crediamo che ci sia ancora qualcosa che vale la pena difendere per noi e i nostri figli, per il nostro futuro.
Il diritto di respirare aria pulita.
Il diritto di vivere in luoghi che non vengano sacrificati sull’altare del profitto.
Il diritto di lavorare senza essere costretti a scegliere tra uno stipendio e la propria salute.
Il diritto di avere una sanità pubblica efficiente, accessibile e vicina alle persone.
Lo abbiamo fatto perché non vogliamo che il futuro di questo territorio sia quello di una periferia. Attenzione, non parlo di una periferia geografica, ma di una periferia politica e sociale: quel luogo in cui si concentrano i sacrifici mentre altrove si raccolgono i benefici. Il luogo in cui si subiscono solo tagli e si finisce per accettare servizi pubblici sempre più deboli, in cui mancano i pediatri, in cui la sanità arretra, in cui ai cittadini viene chiesto continuamente di rinunciare a qualcosa in nome di un presunto interesse generale. È il luogo in cui ciò che sarebbe impensabile altrove diventa improvvisamente possibile.
E quando un territorio viene trattato come periferia, non viene più considerato una comunità da ascoltare bensì uno spazio da utilizzare, un posto dove collocare infrastrutture impattanti, impianti industriali, servitù e sacrifici ambientali. E con il tempo questa condizione produce anche un preciso agire politico: ci si abitua a considerare inevitabile ciò che inevitabile non è, ci si convince che la salute debba competere con il lavoro, che l’ambiente debba competere con lo sviluppo, che i bisogni delle persone debbano competere tra loro.
Ed è così che nasce quella che spesso viene definita “guerra tra poveri”: lavoratori contro cittadini, occupazione contro salute, giovani contro anziani, chi ha bisogno di uno stipendio contro chi chiede di vivere in un ambiente sano. Una contrapposizione artificiale che finisce per favorire sempre chi detiene il potere decisionale, mentre le comunità si dividono e si indeboliscono.
Ci siamo incontrati anche per rifiutare questa logica. Per affermare che il diritto al lavoro, alla salute, a una sanità pubblica funzionante ed efficace e alla tutela dell’ambiente non sono interessi contrapposti, ma parti della stessa idea di giustizia. Ma soprattutto ci siamo incontrati per non perdere la capacità di meravigliarci e di amare il luogo in cui abitiamo. Perché difendere un territorio non significa soltanto opporsi a qualcosa, significa prendersene cura e riconoscere la bellezza che lo attraversa ogni giorno, nelle persone che lo abitano, nei legami che si costruiscono al suo interno, nei paesaggi che custodisce.
Ci siamo incontrati affinché ognuno di noi possa ritrovare quella meraviglia e quella speranza che nascono dall’amore per il proprio territorio. Perché amare un luogo significa anche avere il coraggio di difenderlo quando viene minacciato.
Perché in fondo tutto parte da qui: da quell’idea semplice e rivoluzionaria che esiste un diritto a vivere bene, a respirare aria pulita, a curarsi, a lavorare senza paura e ad abitare un territorio che non venga consumato pezzo dopo pezzo.
Un amore che non accetta il silenzio. Un amore che diventa partecipazione. Un amore che, quando serve, sa anche dire no. E che lo fa non per paura del futuro, ma proprio perché in un futuro migliore continua ostinatamente a credere.
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